SALUTO DELLA COMUNITA' DI SANTA MARIA A MONTE

LA DOMENICA
TOSCANA OGGI

14 luglio 2013 III
Santa Maria a Monte
saluta don Jorge Ribeiro
a Comunità parrocchiale
di Santa Maria a Monte
saluta e ringrazia padre
Jorge Ribeiro per questi
anni trascorsi con noi, prima
accanto a don Alvaro, poi
vicino a don Marco.
Gli anni che passano in una
parrocchia sono paragonabili a
quelli di una famiglia, quindi
pieni di momenti più o meno
felici da vivere insieme. Grazie
per aver condiviso con noi i
momenti di festa, di inizio di
nuove attività, di condivisione,
ma anche i momenti di
maggior fatica e difficoltà con
la tua presenza discreta e
spesso ironica, leggera,
«sdrammatizzante». Grazie per
la tua sincerità, per la tua
voglia di confronto e per la
raffinatezza del tuo pensiero.
Sei stato per noi occasione di
apertura e di conoscenza non
solo di una cultura
proveniente «dall’altra parte
del mondo» (come direbbe il
nostro Papa) ma anche di un
pensiero nuovo, fresco, a volte
anche provocatorio, sempre
seme di riflessione e di
crescita. Lo Spirito Santo,
originalità del Padre, soffia
sulla Chiesa suscitando carismi
e bellezze sempre diverse ma
unite in un unico corpo,
quello di Cristo. È stato bello,
anche nella nostra parrocchia,
poter sperimentare insieme
questa diversità, sempre fonte
di ricchezza, e bellezza
intrinseca della Chiesa.
Ringraziamo il Signore per
averti posto a sostegno e guida
della nostra comunità per
questo tratto di cammino, e
speriamo di rimanere tutti nel
tuo cuore e nelle tue preghiere.
Proprio la preghiera è la
potenza di ogni cristiano, colei
che rende vicini al Padre e ai
fratelli anche quando le
distanze sembrano infinite.
Promettiamo allora di
accompagnarti nel tuo viaggio
e nella tua nuova attività con la
preghiera, e speriamo che tu
possa portare con te in Brasile
il ricordo di una comunità
piccola ma dal cuore grande,
fatta di bambini, adulti,
famiglie, ammalati visitati,
giovani conosciuti, fedeli
confessati e tutti coloro che
hanno vissuto con te questo
tempo di grazia.

Semplicemente Grazie!

Meditazioni: Messa di ringraziamento


Oggi Gesù ci ha indicato sei verbi per vivere la nostra missionarietà. Riflettiamo insieme:
PREGATE: cogliere la necessità, con gli occhi aperti e il cuore disponibile.
ANDATE: la preghiera diventa azione, il Signore ti rende capace di compierlo.
ENTRATE: farci vicini alle persone e alla loro vita. Un farci accanto nell’amicizia e nel dialogo.
DITE: rendere ragione della propria speranza, annunciare il Vangelo, nel coraggio e nella verità.
RESTATE: non un passaggio superficiale, che dice e poi non mantiene ma una presenza continua, un amore fedele e costante.
CURATE: la presenza deve essere capacità di curare, di liberare le persone, di aiutarle e non essere più sdraiate ma in piedi. Dove passa un cristiano deve passare la guarigione, l’aiuto per un’umanità più piena e felice, più autentica e libera.
DUNQUE:
La nostra vocazione di discepoli di Gesù si riassume in tre atteggiamenti o impegni:
1.     Annunciatori della Parola: nasce dal Signore stesso che ci chiama; si alimenta al contatto vivo e genuino con Dio nella fede, nella grazia e nella preghiera.
2.     Serenità e coraggio: anche se immerso nel rischio e nella persecuzione, il discepolo non deve mai lasciarsi tentare dal fascino della violenza o dell’imposizione forzata. Si deve essere sempre “agnelli”,  cioè annunciatori di pace che propongono e mai impongono. Deve evitare anche l’eccesso opposto, quello del compromesso o dell’accomodamento.
3.     Proclamare nella povertà. Chi proclama il vangelo deve essere distaccato dagli incubi economici e dalla preoccupazione maniacale per il futuro, deve ricevere ciò che gli viene offerto e donare ciò che ha ricevuto.
Il missionario è un pellegrino che cammina sotto il sole cocente senza borse e bussa chiedendo ospitalità. Un operaio che lavora duramente tutto il giorno e a sera attende la giusta ricompensa. Il volto del missionario è delineato da Luca così: generosità, povertà, distacco, carità e fedeltà a Dio. Gesù è il modello del missionario!
Il mio tempo in questa parrocchia posso definire in due parole: conoscenza e accoglienza. E’ fondamentale perseguire una vita continuamente orientata alla ricerca e conservazione di quella Conoscenza che è Verità e, al contempo, alla costante ricerca dell’innovazione che è evoluzione della conoscenza precedente. Questo significa non lasciarsi influenzare dai miti, ideologie o paure.

Ritengo che vivere la fede è accogliere la Parola di Qualcuno che vive, è incontrare una Persona. Accoglierla. Abbracciarla. O meglio, lasciarsi abbracciare! Se vivere la fede si riducesse a seguire un’idea, a spiegare una teoria, a difendere un’ideologia, a rispettare una morale, a promuovere un progetto... sarebbe terribilmente noioso! Quando si ama, non si ha voglia di stringere un teorema, ma una persona viva. Chi crede fa l’esperienza strepitosa dell’essere incontrato, amato, abbracciato, accompagnato. Questo è essere missionario, questo è essere cristiano. Ho cercato di vivere così, non so si sono riuscito…, A quelli che ho ferito chiedo perdono e a tutti GRAZIE! 

IL LINGUAGGIO DI DIO

 
Recentemente, nel corso di un convegno per la vita, Gianpaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, ha dichiarato: “Se la natura è “discorso” e “parola”, essa esprime un senso che ci precede. Non siamo solo produttori di parole, siamo anche uditori della parola che promana dalle cose, dalla realtà, dalla sinfonia dell’essere. Ammettere la vita come dono inestimabile significa riconoscere che nella natura c’è una parola che ci viene incontro e che ci precede. Ogni nostro fare deve tener conto di qualcosa che viene prima: il ricevere precede il fare. C’è qualcosa di stabile prima di ogni divenire.… Se la natura è un discorso che ci interpella non ne è però il fondamento ultimo. La natura non dice mai solo se stessa. La vita nascente non dice mai solo se stessa. È discorso che rimanda ad un Autore…Nessun livello della realtà è pienamente comprensibile rimanendo al suo proprio livello. Quando pretendiamo di considerare qualcosa solo al suo livello finisce che non la consideriamo più nemmeno a quel livello. Il Cardinale Caffarra, questa mattina, ha concluso la sua Lezione con una citazione da Gómez d’Ávila, autore che riprendo qui volentieri anch’io: “Quando le cose ci sembrano essere solo quel che sembrano, presto ci sembreranno essere ancor meno”. La natura rivela il Creatore, si presenta non solo come discorso ma anche come “discorso pronunciato”, come Parola. Quando si è tentato di staccare la natura dal Creatore si è finito per perdere anche la natura… Se si pensa che la natura dica solo se stessa finisce che la natura non ci dice più niente”.
E’ difficile riassumere filosofia e teologia greco-cristiano con più chiarezza; difficile individuare meglio di così il nucleo di quella weltanschauung da cui è nato il pensiero scientifico. Conosciamo la metafora del libro di Galilei: nella Lettera a Maria Cristina di Lorena (1615), Natura e Scrittura sono viste come due “libri” che «procedono dallo stesso Verbo divino»; nel Saggiatore Galilei scrive: «La Filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta dinanzi agli occhi, io dico l’universo…». L’idea che sta alla base di tutto, nello scienziato pisano, è l’atto di fiducia nella intelleggibilità del mondo (è come un libro), nella sua razionalità: fiducia che deriva dalla fede biblica nell’esistenza del Logos.
Galilei esordisce dunque da atto di fede che viene dopo secoli di pensiero teologico;dopo i greci, Agostino, Tommaso, Bonaventura… Scriveva sant’Agostino: “Altri, per trovare Dio, leggono un libro. È un gran libro la stessa bellezza del creato: guarda, considera, leggi il mondo superiore e quello inferiore. Dio non ha tracciato con l’inchiostro lettere per mezzo delle quali tu lo potessi conoscere. Davanti ai tuoi occhi ha posto ciò ch’egli ha creato… Gridano verso di te il cielo e la terra: “Io sono opera di Dio”” (Sermones, 68, V, 6).
Riprendo Crepaldi: “Se la natura è un discorso che ci interpella non ne è però il fondamento ultimo. La natura non dice mai solo se stessa”. Per Pitagora la realtà visibile dice numero e numero  divinità; per Copernico eliocentrismo rimanda a sistema “semplice e unitario”, come semplice e unitario è Dio; per Keplero pianeti e leggi fisiche che li governano significano armonia, musica e ciò rimanda ad un grande compositore; per Newton ordine esige leggi e leggi significano “Pantocrator e Legislatore universale”… Così per tutti i grandi matematici, armonia, bellezza, “divina proporzione” – per citare il frate amico di Leonardo da Vinci, Luca Pacioli-, significano che la struttura matematica della realtà la precede e la supera. L’artista  Escher, osservando i cristalli, le cui leggi sono state scoperte da due ecclesiastici, scrive che la “bellezza e l’ordine dei corpi regolari” riportano al divino: “Nei principi fondamentali dei cristalli c’è qualcosa che toglie il fiato. Non sono creazioni della mente umana…”. Per il neuroscienzato contemporaneo Andrea Moro linguaggio umano, matematica e musica sono le facoltà che ci distinguono dagli animali.
La metafora del libro, del linguaggio, si attaglia anche alla biologia e in particolare alla genetica. Non è un caso che il suo fondatore sia un monaco, Gregor Mendel e che il padre della citogenetica sia un medico “servo di Dio”, Jerome Lejeune, il quale scriveva:“La genetica moderna si riassume in questo credo: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita. Vera e propria perifrasi dell’inizio di un vecchio libro (Vangelo di Giovanni, ndr) che ben conoscete, tale credo è quello del genetista più materialista possibile…”. Analoga la posizione di Francis Collins, celebre genetista americano che ha riassunto la sua visione in un Dio Creatore definendo il dna “il linguaggio di Dio”.
Il fatto è che oggi, per molta cultura contemporanea, i cristalli non destano più stupore; e il bellissimo libro di Agostino e Galilei è un insieme di sgorbi incomprensibili. Di qui l’arte che non sa dire nulla; una musica gracchiante, più che armonica; la negazione dei dati di natura (la differenza dei sessi, la natura dell’embrione, l’alterità tra uomo e animale…) e uno smarrirsi generale, inevitabile per i protagonisti di pagine assurde e senza autore.Il Foglio, 30 maggio 2013

NOSTALGIA E LIBERTA'

Nostalgia...di libertà... ferita per restrizione




Ecco un esempio di quello che dicevo ieri.
Mi sa che continuerò a lungo con questi esempi.
Lo trovo scritto così...
 Nostalgia di spazi e di libertà, che si fa ferita per restrizione, ora che le case, come fossero picchetti, fanno barriera da un lato e dall'altro della strada e negano sconfinamento alla sete degli occhi, cancellando l'oltre, impoverendo visioni. Mi odo camminare nel segno della restrizione e del contenimento. Quasi fosse scritto divieto, divieto a una sete che chiamo sete di libertà.

Ma dovrebbe essere declamato lentamente così con gli stessi verbi e la stessa calma che troviamo nel capitolo 4 del Vangelo di Luca quando descrive il primo ingresso nella sinagoga di Gesù:
entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto.
Nostalgia di spazi 
e di libertà, 
che si fa ferita per restrizione, 
ora che le case, 
come fossero picchetti, 
fanno barriera da un lato 
e dall'altro della strada 
e negano sconfinamento 
alla sete degli occhi, 
cancellando l'oltre, 
impoverendo visioni. 
Mi odo camminare 
nel segno della restrizione e del contenimento. 
Quasi fosse scritto 
divieto, 
divieto a una sete 
che chiamo sete di libertà.
Don Angelo Casati

Libertà interiore :Prigioniero di se stesso.

Libertà interiore :Prigioniero di se stesso.

A volte l’uomo si sente così, sente che potrebbe essere diverso, che la libertà dipende
esclusivamente da lui, ha la certezza di essere il carceriere, spesso spietato, di se
stesso, ma… i tentativi di liberarsi cadono sistematicamente nel vuoto.
A volte l’illusione di avercela fatta, o comunque di aver fatto dei passi in avanti, lo
scuote con un brivido di euforia… seguita da un’impotenza amara al riconoscimento
del primo fallimento.
Dominano la sfiducia e la rassegnazione, che, a volte, sfociano nel cinismo.
Esternamente le cose non vanno così male, anzi, all’occhio altrui, è giudicato anche
abile, fortunato, soddisfatto, “realizzato”… ma i conti con se stesso non tornano.
Prigioniero di sé, o meglio, delle proprie strutture di sopravvivenza.
Nella vita piccoli e grandi traumi, ferite emotive generano dolore, un dolore che a
volte è meno tollerabile di quello fisico e a cui si è impreparati.
Il bambino, automaticamente, e poi l’adulto dominato dal bambino interiore, per
difendersi dal dolore, per sopravvivere, mettono in atto delle strategie a cui non
riescono più a rinunciare: rimuove, nega, proietta, evita, se la prende con sé, col
proprio corpo, con gli altri, col mondo, col destino, con Dio, si anestetizza, controlla
ossessivamente, si identifica nel perfezionismo, vive nel passato o nel futuro, cerca
disperatamente il piacere riempiendo il vuoto con sostanze, delega la propria
autonomia ad altri.
Le difese sono diventate prigioni; come uscirne?
Solitamente all’inizio c’è un “fai da te”, una messa in atto di tentativi di soluzione. Se
l’impresa riesce, con notevole incremento di autostima, si accede, normalmente, a
una migliore qualità di vita.
Quando invece i tentativi non solo non risolvono, ma contribuiscono a mantenere o
peggiorare il problema, chi non si rassegna a un riduttivo livello d sopravvivenza
chiede aiuto agli esperti del settore: psicologi e affini. In questo campo le proposte
sono diversificate e ognuna ha una propria validità, corroborata da anni di studi,
ricerca, sperimentazione, pratica professionale e dà un contributo alla soluzione del
problema.
Le perplessità e la sfiducia però affiorano e si intensificano quando il lavoro
psicologico non dà i risultati sperati.
Le reazioni del cliente possono essere le più varie, per citarne alcune: auto
colpevolizzazione e senso di inadeguatezza o accusa al professionista, al metodo o
alla categoria di incapacità, rifiuto a voler proseguire il cammino evolutivo o ricerca
affannosa di un terapeuta o un metodo migliori… “quello giusto”. 

PRIGIONIERO DI ME STESSO

Dialoghi a una voce (quando non hai nessuno a cui rivolgerli)


Mi barcameno fra dubbi e indecisioni, marubbi e incomprensioni, sono la rovina, la fine.
Se ho qualcosa da dire, la tengo dentro me e risolvo altrimenti. Fingo di mordere ma poi non denti, e allora ingoio e sto zitto. Compongo questo testo ma non sono io a parlare. Ti conosco meglio di quanto tu non creda.
Voglio esser non banale, e nel farlo finisco per essere il solito borghesuccio, scheletri nell'armadio e polvere sotto il tappeto, e poi ti accuso dei miei fallimenti di comunicazione. Emorragie interne e ti urlo contro perché non te ne sei mai accorta. Ti penetro per meglio comprenderti. Perché tu possa meglio comprenderti.
Rancore, rimorso, vendetta, sensi di colpa: si vedi che di me non conosci che la buccia, e non la polpa. Poteva essere diverso, ma mi sono lasciato abbagliare dal carisma e dalle mie insicurezze, e ho riversato su di te le mie frustrazioni. Capirò tutto questo in tempo. Sarà tardi. Troppo tardi. Ho zanne che non mi appartengono, e altari.Ho paura. Paura che possa ricominciare tutto, e non vedo che nei tuoi sforzi dovresti essere tu quello che dovrebbe avere più paura. Non lo voglio vedere, perché io sono il centro. E per me lo sei. Ho forze che non conosci, e strategie poco chiare per sconvolgerti e cambiarti.Ho cercato rifugio in fretta, ché non riesco a viver da solo. E fingo al momento di essere, ma incrinature nella maschera rivelano. Lontananza, appartenenza son i magli che su di me si abbattono. Corteggiandoti, ma non lo ammetto, ti torturo. Sarò una tortura anch'io, ma solo per salvarti.Ti sogno e poi "oh, non era che un sogno, un balbettio notturno della mia mente". Ma è quello che non ammetto che mi consuma, a guisa di goccia su roccia. Potessi capire al più presto, eviteresti il sacrificio. Ma è così che andrà. È così che deve andare. E tu nega, nega. Nega e annega. Menti a me e a te. Nega ciò che vuoi. Come al solito, verrò in tuo soccorso. Ma non ti piacerà.

Verità e libertà tra teologia e filosofia

Verità e libertà tra teologia e filosofia

 Verità e libertà tra teologia e filosofiaMassimo Cacciari La verità e la libertà sono quei termini per i quali si potrebbero ripetere
le parole di Agostino sul tempo: "Finché nessuno ci chiede cosa significhino, lo sappiamo, quando dobbiamo rispondere
o dimostrare il loro significato immediatamente ci sentiamo perduti". Cominciamo dal termine libertà. Come può la libertà
armonizzarsi con la verità, o - in termini diversi, ma per dire la stessa cosa - come può la verità liberare ? La verità,
metafisicamente, filosoficamente, è all'opposto un costringere. La grande tradizione metafisica europea e occidentale, a
partire dai greci, sta di fronte a questo ostacolo, a questo problema. La vita teoretica specula, contempla il pienamente
disvelato, la piena disvelatezza, aletheia, e a quella e di fronte a quella non ha alcuna scelta, deve dire di sì. Non ha
alcuna scelta. Questa tradizione va dai greci, attraverso grandi correnti, attraverso lo stoicismo, fino ai fondatori della
stessa filosofia moderna, fino a Spinoza. Intelligere Deum è in fondo sinonimo di intelligere necessitatem. Il saggio è
colui che sa il necessario, il pienamente disvelato. E lo segue volentieri. Ama questa necessità che ha conosciuto. La
filosofia dice questo, ma dice anche altro, dice che noi non possiamo dimostrare il nostro essere liberi, che il nostro
essere liberi è idea, è noumeno, qualcosa di pensato, ma che non potrà mai essere un fenomeno che noi riusciamo a
mostrare. Noi possiamo mostrare il nostro assentire al necessario, ad una legge, alla natura, naturale necessità. Ma non
possiamo dimostrare in nessun modo la nostra libertà. Quando diciamo che siamo liberi, se ci riflettiamo un po', noi
intendiamo che siamo liberi di fare qualcosa. E così crediamo di aver dimostrato la nostra libertà, ma filosoficamente
questa non è affatto una dimostrazione, perché, per poter dimostrare di essere effettivamente liberi, come ricordava
Schopenhauer, noi dovremmo dimostrare di poter volere ciò che vogliamo, non di poter fare ciò che vogliamo. Per
dimostrare di essere liberi non basta dimostrare che possiamo fare ciò che vogliamo. Vi può essere allora forse una
definizione di libertà ? Io credo che quella più radicale filosoficamente sia quella che è stata data da Spinoza, ma è
assolutamente inaccettabile filosoficamente, nel senso che è totalmente autocontraddittoria. Vi ricordate la definizione di
Spinoza? Ve la cito per essere precisi. "Si dice libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si
determina ad agire da sé sola. Ora va da sé che sulla base di questa radicale definizione di Spinoza nessun uomo
potrebbe mai dirsi libero. Perché nessun uomo esiste "per necessità della sola sua natura" e nessun uomo "si determina
ad agire da sé solo". Perché è pacifico, e davvero questo sì dimostrabile, che noi agiamo in un contesto di infinite
concause. Quindi la libertà dell'Etica di Spinoza poi è davvero assolutamente quella antica stoica. Cioè la libertà del saggio,
la libertà appunto di "intelligere Deum, sive necessitatem". Perciò noi filosoficamente - come vari autori hanno detto, magari
protestando, ne cito due soli, per tanti versi antitetici, ma che si incontrano in questo, Nietzsche e Chestov, un grande
lettore di Dostoevskij - ci troviamo di fronte a quella che potremmo dire una concezione totalitaria della verità. Vi è una
sorta, appunto diceva Nietzsche, di totalitarismo della verità. La verità obbliga, la verità costringe. Aletheia, piena
disvelatezza, che accechi o no pone la sua legge e soltanto il servo può ignorarla, soltanto l'insipiente può ignorarla e
credersi dunque libero rispetto alla sua necessità. Ma possiamo filosoficamente - perché vorrei questa sera restare
rigorosamente nell'ambito della discorsività filosofica - concepire, non direi un oltrepassamento - perché sarei ridicolo -
ma una interrogazione, una via che interroghi e interroghi radicalmente questo totalitarismo della verità senza accettare la
prospettiva che Bruno vi ha ricordato, totalmente paradossale, totalmente folle per la filosofia? Vi è anche, almeno,
un'interrogazione filosofica che può eccedere il totalitarismo della verità? Questo è un po' il tema di tutta la mia ricerca. E'
difficile dimostrare una verità come incondizionata apertura. Se riuscissimo a mostrare come - in tutto ciò che viene, in ogni
apparire, in ogni fenomeno, anche nel senso lontano - ciò che è decisivo non è il suo apparire, ma il suo essere in
costante divenire; se riusciamo a mostrare discorsivamente come in tutto ciò che diciamo non è in gioco soltanto una
adeguatio dell'intelletto alla cosa, ma è in gioco una dimensione che significa, indica - proprio secondo il moto eracliteo -
ciò che la cosa deve ancora essere, cioè l'ad-venire della cosa (in qualche modo quella dimensione che risuonava ancora
nel termine greco phisis, che è tradotto bene, e non male come dice Heidegger, dal latino "natura", perché è un
participio futuro: il nascimento, come traduce bene Colli, è traduzione bella dal latino "natura" , che non è l'insieme delle
cose date, ma è l'insieme delle forze costantemente generanti della natura): allora riusciremo a mostrare la verità come
incondizionata apertura. Se riusciamo a mostrare, nella visione del fenomeno, ciò che ancora deve venire. Nel tono della
parola ciò che ancora deve essere pronunciato. E badate che questo elemento "linguistico" si incontra perfettamente con
la semantica moderna: su ciò che è dato riuscire a comprendere, nell'esistenza di ciò che è dato riuscire a comprendere,
proprio nel suo ex-sistere, nell'aletheia, nella disvelatezza, nella illatenza del suo esistere, comprendere insieme, nello
stesso tempo, la latenza da cui proviene tutto ciò che esiste. Vi è un'attività in base alla quale si stabiliscono dei sensi e
questa attività, volenti o nolenti, resta nella costrizione del rapporto tra linguaggio e significato, tra parola e significato, tra
intelletto e cosa. Vi è un'altra attività, che è stata tra virgolette dimenticata in quell'accezione di verità a cui prima mi
richiamavo, ma che probabilmente accompagna ogni determinazione di significati, ogni determinazione di senso e che è
un dare senso e non un porre senso. E' un'attività che pone, che definisce ed è un'attività che dà, che dona significati e che
sta nell'ambito di quell'idea che sono ben lungi dal poter comprendere meglio, dal poter dire meglio di verità come
incondizionatezza dell'apertura. La parola, nel momento stesso in cui cerca di dire, indica, allude, anela, scopre, inventa.
E' il tema anche della grande Scolastica, che riguarda anche la teologia da questo punto di vista, perlomeno la teologia
cristiana, perché altro discorso sarebbe per la teologia propriamente detta di altre tradizioni (ebraica e islamica). Allora
prima di tutto il senso di quest'attività è dare senso, non definirlo semplicemente: nel momento stesso in cui lo definisci,
certo, altrimenti cadi in debolismi ermeneutici, in vaghi discorsi di erranze tutte letterarie. Comprendere che nello stesso
sforzo di definire vi è l'inventio, che nessuna definizione è senza inventio e d'altra parte nessuna inventio può esistere
come autentica inventio se non si sposa problematicamente alla definizione. Ebbene, io credo che vi sia in tutta la storia
della Chiesa, di questo grande paradosso, di questo grande mistero, vi sia costantemente la tentazione, o se volete
anche più della tentazione, proprio il peccato - perché trattasi di Chiesa militans, trattasi di Chiesa in itinere, non può
trattarsi di Chiesa trionfale, e non potrebbe essere diversamente perché è appunto la Chiesa in hoc saeculo e quindi, se
http://admin.pantarei.co.uk - Pantarei.co.uk Powered by Mambo Generated: 26 June, 2013, 04:23davvero esiste in hoc saeculo, deve compromettersi con il secolo stesso (compromettersi nel senso pieno del termine,
non nel senso di mezzucci politici) -, e cioè: declinare aletheia nel senso dell'illatenza, della disvelatezza cui occorre
obbedire, non nel senso dell'ascolto che diceva prima Bruno, ma nel senso di obbedire alla necessità. Questa è la
tentazione e, a volte, il peccato, e cioè: io sono martire, testimone di una cosa, di una presenza illatente, perfettamente
evidente, trionfalmente evidente, cui bisogna dire di sì, cui bisogna credere, cui è necessario credere. Allora veramente
secondo me si tradisce la quintessenza di quell'atto di fede che per me è nel Vangelo, dove la pistis è costantemente
contraddetta, controcantata, dove non vi è nessuno che ci dice "buono", dove non vi è nessuno che ci dice
semplicemente che crede, senza testimoniare nello stesso tempo la sua apistia, la sua estrema difficoltà a credere o
addirittura la sua mancanza di fede, nel momento stesso che dice la propria fede, in hoc saeculo, in quell'estremo
realismo anche linguistico che è proprio del messaggio evangelico. Ecco, io credo che la Chiesa corra costantemente il
rischio, e a mio avviso non potrebbe altrimenti, di presentarsi come ciò che pone senso, non come ciò che dona senso, che
dà senso, che apre a nuovi sensi. Ecco, questa è la mia domanda, la mia interrogazione fondamentale anche al modo in
cui a volte viene testimoniato il messaggio, e concludo dicendo in altri termini quanto dicevo nel mio primo intervento:
sarebbe a mio avviso umanamente essenziale in questo cavallo di secolo che la Chiesa con estrema chiarezza - ma mi
rendo conto che è impossibile che ciò avvenga, però se non si spera l'impossibile non si realizzerà nemmeno il possibile - si
presentasse così: sarebbe essenziale, sarebbe di straordinaria importanza per tutti, credenti, non credenti, laici, cattolici,
per tutte le altre religioni, sarebbe ecumenicamente di enorme rilievo che la Chiesa presentasse così la propria verità, in
termini esplicitamente contraddittori, non nel senso che la negano quell'altra definizione, ma in termini vitalmente
contraddittori, dialogici veri - non di quel dialogo da "abbracciamoci tutti" un po' stucchevole e dolciastro - contraddittori
rispetto all'aletheia come disvelatezza; sarebbe essenziale che la Chiesa testimoniasse che la sua aletheia non è quella,
è semmai follia rispetto a quella, è un'aletheia che mantiene la lethe al suo interno come la sua fede mantiene e
custodisce la stessa apistia al suo interno. E da questo punto di vista allora sì il dialogo con l'apistia diventerebbe
davvero decisivo, cioè non con un astrattamente separato da sé, ma con qualche cosa, con qualcuno che hai all'interno
di te stesso, non con un altro come estraneo, ma con l'altro che tu stesso sei a te stesso, proprio agostinianamente.
Questo aprirebbe prospettive culturali, proprio nel senso antropologico, a mio avviso straordinarie, e sarebbe il vero
contesto in cui potrebbe avvenire quella conversione ermeneutica di cui parlava Bruno, anche tra filosofia e teologia.
Non credo che la Chiesa abbia la possibilità di fare ciò, non credo abbia la possibilità di questo amore, perché questa
misura di amore è precisamente l'impossibile; questa misura di amore (che è una misura di libertà, diceva giustamente
Bruno) può essere vista, può essere compresa, ma è l'impossibile in hoc saeculo. 

Pra se pensar ....

Desespero anunciado

Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...