IL LINGUAGGIO DI DIO

 
Recentemente, nel corso di un convegno per la vita, Gianpaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, ha dichiarato: “Se la natura è “discorso” e “parola”, essa esprime un senso che ci precede. Non siamo solo produttori di parole, siamo anche uditori della parola che promana dalle cose, dalla realtà, dalla sinfonia dell’essere. Ammettere la vita come dono inestimabile significa riconoscere che nella natura c’è una parola che ci viene incontro e che ci precede. Ogni nostro fare deve tener conto di qualcosa che viene prima: il ricevere precede il fare. C’è qualcosa di stabile prima di ogni divenire.… Se la natura è un discorso che ci interpella non ne è però il fondamento ultimo. La natura non dice mai solo se stessa. La vita nascente non dice mai solo se stessa. È discorso che rimanda ad un Autore…Nessun livello della realtà è pienamente comprensibile rimanendo al suo proprio livello. Quando pretendiamo di considerare qualcosa solo al suo livello finisce che non la consideriamo più nemmeno a quel livello. Il Cardinale Caffarra, questa mattina, ha concluso la sua Lezione con una citazione da Gómez d’Ávila, autore che riprendo qui volentieri anch’io: “Quando le cose ci sembrano essere solo quel che sembrano, presto ci sembreranno essere ancor meno”. La natura rivela il Creatore, si presenta non solo come discorso ma anche come “discorso pronunciato”, come Parola. Quando si è tentato di staccare la natura dal Creatore si è finito per perdere anche la natura… Se si pensa che la natura dica solo se stessa finisce che la natura non ci dice più niente”.
E’ difficile riassumere filosofia e teologia greco-cristiano con più chiarezza; difficile individuare meglio di così il nucleo di quella weltanschauung da cui è nato il pensiero scientifico. Conosciamo la metafora del libro di Galilei: nella Lettera a Maria Cristina di Lorena (1615), Natura e Scrittura sono viste come due “libri” che «procedono dallo stesso Verbo divino»; nel Saggiatore Galilei scrive: «La Filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta dinanzi agli occhi, io dico l’universo…». L’idea che sta alla base di tutto, nello scienziato pisano, è l’atto di fiducia nella intelleggibilità del mondo (è come un libro), nella sua razionalità: fiducia che deriva dalla fede biblica nell’esistenza del Logos.
Galilei esordisce dunque da atto di fede che viene dopo secoli di pensiero teologico;dopo i greci, Agostino, Tommaso, Bonaventura… Scriveva sant’Agostino: “Altri, per trovare Dio, leggono un libro. È un gran libro la stessa bellezza del creato: guarda, considera, leggi il mondo superiore e quello inferiore. Dio non ha tracciato con l’inchiostro lettere per mezzo delle quali tu lo potessi conoscere. Davanti ai tuoi occhi ha posto ciò ch’egli ha creato… Gridano verso di te il cielo e la terra: “Io sono opera di Dio”” (Sermones, 68, V, 6).
Riprendo Crepaldi: “Se la natura è un discorso che ci interpella non ne è però il fondamento ultimo. La natura non dice mai solo se stessa”. Per Pitagora la realtà visibile dice numero e numero  divinità; per Copernico eliocentrismo rimanda a sistema “semplice e unitario”, come semplice e unitario è Dio; per Keplero pianeti e leggi fisiche che li governano significano armonia, musica e ciò rimanda ad un grande compositore; per Newton ordine esige leggi e leggi significano “Pantocrator e Legislatore universale”… Così per tutti i grandi matematici, armonia, bellezza, “divina proporzione” – per citare il frate amico di Leonardo da Vinci, Luca Pacioli-, significano che la struttura matematica della realtà la precede e la supera. L’artista  Escher, osservando i cristalli, le cui leggi sono state scoperte da due ecclesiastici, scrive che la “bellezza e l’ordine dei corpi regolari” riportano al divino: “Nei principi fondamentali dei cristalli c’è qualcosa che toglie il fiato. Non sono creazioni della mente umana…”. Per il neuroscienzato contemporaneo Andrea Moro linguaggio umano, matematica e musica sono le facoltà che ci distinguono dagli animali.
La metafora del libro, del linguaggio, si attaglia anche alla biologia e in particolare alla genetica. Non è un caso che il suo fondatore sia un monaco, Gregor Mendel e che il padre della citogenetica sia un medico “servo di Dio”, Jerome Lejeune, il quale scriveva:“La genetica moderna si riassume in questo credo: all’inizio è dato un messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita. Vera e propria perifrasi dell’inizio di un vecchio libro (Vangelo di Giovanni, ndr) che ben conoscete, tale credo è quello del genetista più materialista possibile…”. Analoga la posizione di Francis Collins, celebre genetista americano che ha riassunto la sua visione in un Dio Creatore definendo il dna “il linguaggio di Dio”.
Il fatto è che oggi, per molta cultura contemporanea, i cristalli non destano più stupore; e il bellissimo libro di Agostino e Galilei è un insieme di sgorbi incomprensibili. Di qui l’arte che non sa dire nulla; una musica gracchiante, più che armonica; la negazione dei dati di natura (la differenza dei sessi, la natura dell’embrione, l’alterità tra uomo e animale…) e uno smarrirsi generale, inevitabile per i protagonisti di pagine assurde e senza autore.Il Foglio, 30 maggio 2013

NOSTALGIA E LIBERTA'

Nostalgia...di libertà... ferita per restrizione




Ecco un esempio di quello che dicevo ieri.
Mi sa che continuerò a lungo con questi esempi.
Lo trovo scritto così...
 Nostalgia di spazi e di libertà, che si fa ferita per restrizione, ora che le case, come fossero picchetti, fanno barriera da un lato e dall'altro della strada e negano sconfinamento alla sete degli occhi, cancellando l'oltre, impoverendo visioni. Mi odo camminare nel segno della restrizione e del contenimento. Quasi fosse scritto divieto, divieto a una sete che chiamo sete di libertà.

Ma dovrebbe essere declamato lentamente così con gli stessi verbi e la stessa calma che troviamo nel capitolo 4 del Vangelo di Luca quando descrive il primo ingresso nella sinagoga di Gesù:
entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto.
Nostalgia di spazi 
e di libertà, 
che si fa ferita per restrizione, 
ora che le case, 
come fossero picchetti, 
fanno barriera da un lato 
e dall'altro della strada 
e negano sconfinamento 
alla sete degli occhi, 
cancellando l'oltre, 
impoverendo visioni. 
Mi odo camminare 
nel segno della restrizione e del contenimento. 
Quasi fosse scritto 
divieto, 
divieto a una sete 
che chiamo sete di libertà.
Don Angelo Casati

Pra se pensar ....

Desespero anunciado

Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...