IDENTITÀ E VIOLENZA


Amartya K. Sen. Identità e violenza Roma-Bari, Laterza 2006, pp. 219, 


 Torna l’economista-filosofo indiano Amartya Sen, uno dei pochi intellettuali contemporanei di livello veramente mondiale, e torna con un testo molto interessante su uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni: l’identità. Di gruppo e individuale.
Lo spunto è dato anche in questo caso dalla teoria di Samuel P. Huntington sullo “scontro delle civiltà”. La tesi di Sen è che non esistano civiltà che si scontrano: e, del resto, lo stesso concetto di civiltà è alquanto arduo da definire. Incasellare storie differenti (sociali e individuali) miniaturizzandole in pochi contenitori è un esempio di quello che l’autore chiama “solitarismo”: un approccio che considera gli esseri umani come membri di un solo gruppo, anziché persone «diversamente differenti». Prenderne atto è fondamentale per la vita di ogni persona:«dobbiamo avere piena consapevolezza di possedere molte e distinte affiliazioni, e di poter agire con ognuna di esse in molti e diversi modi».
I rischi del solitarismo sono ben individuati già dal titolo: la violenza. Promuoverla è molto facile, quando ci si basa su «un sentimento di inevitabilità riguardo a una qualche presunta identità unica – spesso belligerante – che noi possederemmo e che apparentemente pretende molto da noi (spesso cose del genere più sgradevole)». La storia dei conflitti religiosi (e non solo) è lì a dimostrarlo: molte carneficine hanno tratto impulso da un comportamento connivente del gregge, indotto a scoprire e identificarsi in un’identità che non può essere contraddetta e che non lascia possibilità di scelta, mortificando la libertà culturale di poter scegliere il proprio stile di vita. L’individuo che si lascia trascinare e che agisce meccanicamente in base alle sollecitazioni del conformismo di massa è uno «sciocco razionale», scrive Sen: può anche contribuire al successo del proprio gruppo, ma a quale prezzo? La creazione di identità uniche è in grado di rendere il mondo un luogo più infiammabile.
Non dobbiamo dimenticare che i creatori di identità sono sempre all’opera, spacciando per antichi e universalmente condivisi punti di vista minoritari e di parte. Lo stiamo vedendo anche da noi, in questo preciso istante, nell’infaticabile opera cattolica di promozione delle “radici cristiane”, italiane ed europee. Sen ribadisce che «la religione non è, né può essere, l’identità onnicomprensiva di un individuo». Ma non è un messaggio di facile presa, in un contesto in cui sia la destra che la sinistra (e non solo in Italia) sono attratte dalle sirene del multiculturalismo.
Da una parte, infatti, nazionalisti e leader religiosi tendono a ribadire la bontà della teoria di Huntington: quella che sostiene la nostra appartenenza alla civiltà occidentale e cristiana, premuta ai nostri confini dalla civiltà islamica e, più in là, da quella cinese: secondo questa logica chi dissente è, ovviamente, un traditore o, nella migliore delle ipotesi, un idiota che fa il gioco del nemico. Come già sottolineato anche da Zygmunt Bauman, dall’altra parte l’opposizione a questo ragionamento ne accetta comunque le basi: valorizzando il “buon islamico” e il “buon cinese”, si crea la percezione negli appartenenti (tra le varie appartenenze che hanno) a queste realtà che l’islam o la propria comunità etnica siano gli unici strumenti attraverso cui possono sviluppare la propria personalità: ammesso, ovviamente, che in tal modo la possano sviluppare.
Procedendo in questo modo, infatti, si giustifica la repressione piuttosto che l’incontro: cos’è più multiculturale, una coppia che vieta alla propria figlia di uscire con un ragazzo estraneo al proprio gruppo, oppure un incontro tra due persone di origine differente, che proprio dalla conoscenza reciproca potranno arricchire la propria individualità? Eppure è proprio la logica del ghetto quella che tante amministrazioni, specialmente di sinistra, promuovono con ben scarsa lungimiranza: ne abbiamo tanti esempi in casa, ma anche all’estero non si scherza, come l’improvvida apertura inglese alle scuole confessionali ampiamente dimostra. «Istruzione», scrive Sen, «non vuol dire solamente immergere i bambini, anche quelli giovanissimi, nell’ethos dei padri. Vuol dire anche aiutare i bambini a sviluppare la capacità di ragionare sulle decisioni nuove che qualsiasi persona adulta sarà chiamata a prendere».
La bontà di una società plurale, ci dice Sen, andrà valutata dalla capacità di mettere in grado gli individui di compiere scelte ragionate, piuttosto che dal modo con cui tollera le persone di origine culturale differente. È il ricorso alla discussione ragionata ciò che può aprire prospettive pacifiche nel mondo contemporaneo, e non certo la contrattazione tra comunità conflittuali chiuse al proprio interno. Il pianeta sembra andare in un’altra direzione, ma è proprio “ragionandoci sopra” che si può sperare di invertirne la rotta.
Raffaele Carcano

LA FATICA E LA GIOIA DI CREDERE

Credere è sempre stato difficile. La fede è difficile; perché si crede ciò che non si conosce: si crede ciò che non si vede, ciò che non si constata.
Se, invece, tutto questo fosse possibile non avremmo bisogno di dire “io credo”, ma“io so, io conosco”.
La fede è ciò che è assolutamente altro dalla ragione.
Tuttavia non si può trascurare l’espressione di San Paolo, per cui la fede è"rationabile obsequium". E' un "sì" detto a Dio, ma secondo ragioni che non riguardano la ragione. La ragione vuole essere qualche cosa di inconfutabile.
La fede ha bisogno di una rivelazione soprannaturale, perché la fede enuncia qualcosa che l'uomo con i propri mezzi non potrebbe mai raggiungere.
Ecco perché dai Padri della Chiesa e poi e soprattutto in  Tommaso d’Aquino la tesi è che la fede non può essere in contrasto con la ragione.
E questo è difficile per l’uomo contemporaneo.
Complesso proprio a causa della nostra presunzione razionalistica e il nostro orgoglio, che non ammette realtà che trascendono le capacità della nostra mente ed esperienza umana. Un po’ come l’apostolo Tommaso dinanzi alla prospettiva della risurrezione di Gesù.

L’amato papa Benedetto XVI ha dichiarato: «Nel mondo occidentale oggi viviamo un'ondata di nuovo drastico illuminismo o laicismo, comunque lo si voglia chiamare. Credere è diventato più difficile, perché il mondo in cui ci troviamo è fatto completamente da noi stessi e in esso Dio, per così dire, non compare più direttamente. Non si beve alla fonte, ma da ciò che, già imbottigliato, ci viene offerto. Gli uomini si sono ricostruiti il mondo loro stessi, e trovare Lui dietro a questo mondo è diventato difficile».
Inoltre - ha proseguito - «l'Occidente oggi viene toccato fortemente da altre culture, in cui l'elemento religioso originario è molto forte, e che sono inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio. E questa presenza del sacro in altre culture, anche se velata in molte maniere, tocca nuovamente il mondo occidentale, tocca noi, che ci troviamo al crocevia di tante culture».

Benedetto XVI ha affermato che noi «dobbiamo riscoprire Dio, e non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano, perché quando vediamo Gesù Cristo vediamo Dio».

Come potremmo definire la fede?
Due gli snodi essenziali:
-         l’intelligenza della fede
-         l’atto di fede.

Compiremo un itinerario più lungo e anziché offrire una definizione nominale, preferiamo ricorrere a una definizione descrittiva.

In ordine all’intelligenza della fede possiamo dire che essa è un atto dell’intelletto, perché si tratta di conoscere delle verità, ma non essendo queste verità intrinsecamente evidenti, la nostra adesione di fede non può farsi senza l’influsso della volontà
Ovviamente credere – l’abbiamo detto – non è conoscere; tuttavia credere non esclude il conoscere e si addirittura il conoscere può favorire il credere.
A voler volare alto, basti pensare alla Summa Theologica di Tommaso d’Aquino che altro non è che una splendida ... intelligenza della fede finalizzata a un profondo atto di fede.

Per usare una bella espressione di Benedetto XVI la fede è amica dell’intelligenza.L’espressione può sembrare molto riduttiva, ma è significativamente pregnante. La fede che nasce dall’incontro con Cristo non sostituisce l’intelligenza, né le sottrae alcuna competenza; non pretende di assumere nei confronti della intelligenza umana una posizione di primato.
In quanto amica dell’intelligenza, la fede ha il compito di richiamarla sempre alla propria dignità costitutiva e all’orizzonte di senso che le è proprio, quello di essereintelligenza umana.

E’ chiaro che il solo conoscere non basta.
Trattandosi di verità soprannaturali deve intervenire anche l’aiuto di Dio per illuminare l’intelletto e aiutare la volontà nel suo assenso.
L’atto di fede è un atto libero; acconsentire a Dio che si rivela in Cristo è credere in Dio. La ragione precede la fede con la cognizione della Rivelazione e dei motivi per accettarla, ma segue la fede per afferrare il senso dei misteri, per quanto è possibile.

La fede è, dunque, dono di Dio che richiede l’impegno dell’intelletto e della volontà umana.
La fede nasce dall’agire di Dio inseparabile dal volere umano. Nessuno crede suo malgrado e neppure nessuno crede senza che Dio gli doni di credere.

Intelletto e volontà che inducono anche all’abbandono fiducioso e confidente in Dio.
Per questo il Concilio di Trento afferma che la fede “è il principio, il fondamento, la radice della nostra giustificazione”. Insomma, senza fede non è possibile stabilire un rapporto di salvezza con Dio.

Alla luce di queste premesse è possibile superare errate e parziali immagini della fede e affermare che:
-         La fede non è puro sentimento, emotività superficiale e transitoria.
-         La fede non è l’assenso ad una verità in senso puramente intellettuale.
-         La fede vera non è l’adempimento formalistico o abitudinario di riti o di leggi morali.
-         La fede non è la semplice anche se importante religiosità o pietà popolare.
-         La fede non è magia o superstizione (vedi ad esempio la “catena di S. Antonio”)

Potremmo continuare a dire che cosa non sia la fede, ma a noi interessa definire, invece, ciò che è la vera fede, tenendo conto – come si diceva all’inizio – della fede debole e della fatica di credere, se non proprio dell’eclissi della fede.

Nel Vangelo di Marco leggiamo “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. (16,16)
San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica afferma: “La fede è principio del credere… per sé è la prima virtù perché è il principio della vita spirituale e non si può amare Dio, ultimo fine, né sperare in Lui, se non lo si conosce per fede”, e precisa: “L’oggetto della nostra fede è la Verità prima, cioè Dio … Dio è l’oggetto formale della fede, cioè il motivo per cui crediamo”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda: “La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Santa Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede “l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente” (DV 5). Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. “Il giusto vivrà mediante la fede” (Rm 1,17). La fede viva “opera per mezzo della carità” (Gal 5,6). [1814]

La virtù teologale della fede – insegna ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica – è la risposta adeguata dell’uomo all’invito che Dio invisibile nel suo immenso amore rivolge agli uomini per ammetterli alla comunione con Sé. La Sacra Scrittura chiama questa risposta dell’uomo “obbedienza della Fede”.

Recita l’atto di fede: “Mio Dio, perché sei verità infallibile, credo tutto quello che tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. Credo in Te, unico vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo. Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per noi, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la vita eterna. Conforme a questa fede voglio sempre vivere. Signore, accresci la mia fede”.
La fede si manifesta nel credente nel praticare con pieno assenso tutto quanto avvicina alla volontà di Dio e nel realizzare alla luce dello spirito di fede ogni cosa. Il cristiano cioè punta a promuovere in tutto e per tutto la gloria del Creatore e il suo atteggiamento è informato dalla vita di pietà e teso alla perfezione.
Il salutare esercizio della professione di fede mantiene nel santo timore di Dio, in quanto riconosce umilmente il bisogno di lasciarsi guidare dall’Altissimo per fare ogni cosa nell’ottica del suo pensiero.

Catechisticamente potremmo paragonare la fede a un seme divino, seminato in noi, insieme a quello della speranza e della carità, al momento del Battesimo. La fede è come un niente, quasi impercettibile, piccola come un granellino di senapa, dice Gesù (Lc 17,6), ma allo stesso tempo è «più preziosa dell’oro» (1 Pt 1,7), «santissima» (Giuda 20).
E’ ovvio che ogni seme per germogliare e svilupparsi ha bisogno di trovare un terreno adatto (penso al clima di fede di una famiglia cristiana!), di essere protetto, coltivato, nutrito.

Ma come in pratica?

-         Con la preghiera assidua. La preghiera è porta di comunicazione dell’uomo con Dio, è il primo anello di una catena che lega a Lui. Nella preghiera e nella meditazione si trova lo stimolo e la fonte soprannaturale per la crescita spirituale e la stima necessaria per mantenere salda la fedeltà al Creatore.
-          Con la grazia dei sacramenti. Chi trascura la pratica liturgica e sacramentale con il pretesto di mantenere la fede nel cuore anche senza di essa, si potrebbe paragonare a uno che pretendesse di vivere senza alimentarsi.
-         Per lo sviluppo della fede è altresì importante ricordare quanto Gesù ha proclamato nelle beatitudini: “Beati i puri di cuore …”. Certe crisi di fede hanno nella dissipazione e nella non purezza del cuore e  dei pensieri la loro causa.
-         La fede si nutre, si conserva e si accresce anche attraverso l’esempio e il sostegno di una vera comunità cristiana. L’ambiente – soprattutto quello familiare – influisce moltissimo… Chi può scordare la fede semplice ma profonda dei propri genitori?
-         La fede si alimenta attraverso l’istruzione religiosa, soprattutto la catechesi parrocchiale. La non conoscenza delle verità della fede produce una nebulosità mentale dannosissima e paralizzante del nostro rapporto di fede e di amore con Dio.

Diffondere la fede

La fatica del credere è anche dovuta alla mancata diffusione e comunicazione della fede. La fede di natura sua tende ad espandersi a comunicarsi, altrimenti si esaurisce e si estingue.
Uno degli impegni del cristiano – forse il primo e l’essenziale – è quello di far passare la propria fede da un fenomeno unicamente personale ad vera passione di comunicare agli altri i propri tesori.
E’ tutta questione di testimonianza cristiana!

Ed è in nome della testimonianza cristiana (murtiria)
-         che non ci si può dichiarare incapaci di trasmettere la fede, di parlare di Dio agli altri, di assumere atteggiamenti camaleontici sfuggendo dalle proprie responsabilità
-         che non si può avere timore dei rischi connessi nel prendere posizioni apertamente cristiane dinanzi a persone o in ambienti agnostici per paura di essere beffati e presi in giro come bigotti…

In sostanza  la fede esige una vita di fede!
S. Tommaso d’Aquino, direbbe: “L’atto di fede del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà enunciata”, trasfondendola nella propria vita.

Credere: un atto ecclesiale

Il deposito della fede contenuto nella Parola di Dio scritta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e nella Tradizione (parimenti apostolica) è stato consegnato da Gesù e dagli Apostoli alla Chiesa per essere trasmesso di generazione in generazione con scrupolosa fedeltà.. La Chiesa, infatti è “colonna e sostegno della verità” (1 Tm 3,15).
S. Ireneo di Lione, testimone di questa fede, dichiara: “In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino all’estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede…, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una stessa anima e un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca”(Adversus Haereses).
Lo stesso prosegue: “Questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, la conserviamo con cura, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” (Ibid.).

Credere, dunque, è anche un atto ecclesiale.
La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede.
La Chiesa è la madre di tutti i credenti e per questo S. Cipriano afferma: “Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre”.

Il prezioso deposito della fede è, dunque, affidato alla Chiesa, che lo trasmette e lo difende con l’assistenza dello Spirito Santo. E’ un deposito definitivo, non passerà mai, né potrà essere aumentato o modificato da altre “rivelazioni”.

Il Concilio Vaticano II afferma: “E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”. (DV, 10)

* * *

In sintesi, come ricorda papa Benedetto, possiamo dire che la fede non è in prima battuta un insieme di regole da rispettare, ma è la fonte di un'esistenza gioiosa perché toccata dalla presenza di Cristo.

Per questo è necessario che anche i membri della Chiesa sappiano mostrare questo nucleo essenziale della fede prima ancora che i suoi esiti morali, perché senza l'«opzione positiva» gli stessi esiti morali rimarrebbero in ultima analisi incomprensibili e apparirebbero come una gabbia che vuole rendere l'uomo meno libero e meno felice.

Deve così ritornare evidente – ricorda papa Benedetto – che, nonostante la fatica e l’ardimento «credere è bello, che la gioia di una grande comunità universale significa un sostegno, che dietro di essa c'è qualcosa di importante e che quindi insieme ai nuovi movimenti di ricerca vi sono anche nuovi sbocchi alla fede, che ci conducono gli uni verso gli altri e che sono anche positivi per la società nel suo insieme».

OMBRE LONTANE

OMBRE LONTANE


Il mio tempo è trascorso
sulle ombre lontane,
come quando da infante
giocavo sui prati,
incurante del serio
ed imminente futuro.
Quella voce del saggio
che chiedeva di udire,
le cose che un bimbo
non voleva ascoltare.
Adesso maturo
del sapiente trascorso
mi ritorna la voce
di quell’ombra a me cara.
Quel vecchio ormai curvo
con le mani insicure
che la vita ha plasmato
col suo lento cammino,
Quell’uomo vissuto
lontano se ne andato.
Mi ha indicato una via
dove ho sempre mirato.
Quell’ombra lontana
mi è rimasta nel cuore
ed io la porto con me,
con orgoglio ed amore

(VITO Giarratano)

È il crepuscolo delle tradizioni

Emanuele Severino 
È il crepuscolo delle tradizioni


La tecnica sta ponendosi alla guida del mondo. Può riuscirvi solo se si è in grado di mostrare che ormai questo compito non può più essere assolto dalle grandi forze della tradizione (quali il capitalismo, le religioni, la politica).
Ma chi può mostrarlo? Non certo la tecnica e la scienza. È invece l'essenza tendenzialmente nascosta della filosofia del nostro tempo a mostrarlo (purché si sappia guardare). Mostra cioè che non possono esistere quei Limiti assoluti, indicati dalle forze della tradizione, di fronte ai quali la tecnica debba arrestarsi. Anche (ma non solo) per questo la filosofia ha un carattere decisivo. Di qui l'importanza di saper cogliere ciò che chiamo «essenza della filosofia del nostro tempo» - alla quale appartengono pensatori come Nietzsche e Gentile. Appunto a questo contesto si riferiva anche il mio articolo (su «la Lettura» del 16 settembre scorso) intorno al quale sono intervenuti vari interlocutori. (E d'altra parte, come continuo a ripetere, quell'essenza è la forma più coerente della Follia estrema da cui è avvolta l'esistenza dell'uomo - la Follia del nichilismo).
Ben presto l'uomo si accorge degli ostacoli che limitano la sua volontà. E si convince che il mondo esista indipendentemente dalla coscienza che egli ne ha. Questa, la base di ogni forma di «realismo». Se l'«uomo» è il singolo individuo umano, anche l'«idealismo» è una forma di realismo. D'altra parte, il mito e il pensiero filosofico della tradizione (sia pure in modo profondamente diverso) vedono in quegli ostacoli una forma superiore, più potente, «divina», di Volontà, capace di dominare la materia di cui le cose son fatte o addirittura capace di produrre ogni aspetto del mondo, come pensa anche l'idealismo classico, culminante in Hegel - che però indica i motivi per i quali quella Volontà divina e cosciente non sta al di là dell'uomo, ma gli è unita. Come Cristo, l'uomo autentico è Uomo-Dio. Il mondo è prodotto non dall'uomo singolo, ma dall'Uomo-Dio. Nel pensiero del neo-hegeliano Giovanni Gentile questa tematica è fondata nel modo più rigoroso.
Giacomo Marramao (ne «Il Secolo d'Italia» del 18 settembre scorso) è limpidamente d'accordo con me circa questo rigore - osservando giustamente, tra l'altro, che uno dei motivi del disinteresse per Gentile sta nel suo stile «pesante» e «ottocentesco». Che però, aggiungo, vanta un nitore concettuale estremamente superiore a quello dei neo-hegeliani del mondo anglosassone del XIX-XX secolo. Contrariamente alle loro intenzioni (e nonostante i loro indubbi meriti), essi hanno offuscato e complicato la potenza speculativa di Hegel, determinando una reazione «realistica» non immune da consistenti ingenuità, che sarebbe stata di più alto livello se nel mondo anglosassone la presenza di quella forma di neo-hegelismo non avesse impedito la presenza di Gentile.
Ma soprattutto - per quanto riguarda il predominio del realismo rispetto all'idealismo - la tecno-scienza si presenta quasi sempre come «realismo» (assunto come ipotesi di lavoro o come tesi filosofica acriticamente accettata). Da parte sua, il «realismo» filosofico dà spesso per scontato che la filosofia non possa procedere indipendentemente dalla scienza. In questo modo accade che la centralità della scienza nel mondo contemporaneo determini il predominio del realismo rispetto a ogni altra forma filosofica.
Ringrazio anche Maurizio Ferraris per il suo intervento (su «la Repubblica» del 18 settembre scorso). Nel quale, però, si afferma che, nella prospettiva che va da Kant a Gentile, «noi non abbiamo mai a che fare con cose in sé, ma sempre e soltanto con fenomeni, con cose che appaiono a noi». No: questo lo si può dire di Kant (e propriamente del Kant della Critica della ragion pura), non di Hegel o di Gentile. Per Hegel, come per Aristotele, il contenuto della ragione sono proprio le cose in sé. E a sua volta Gentile ribadisce che solo se si presuppone (arbitrariamente) che esistano cose in sé al di là del pensiero, si può affermare che i contenuti del pensiero siano soltanto fenomeni. Per confutare l'idealismo, Ferraris richiama l'esistenza delle infinite cose che esistevano prima dell'uomo, gli ostacoli incontrati dall'uomo, l'imprevedibilità degli eventi. L'idealista risponde, a ragione, che di tutte queste situazioni non si potrebbe parlare se non fossero pensate e che quindi esse non stanno al di là del pensiero, indipendenti da esso, che invece include nel proprio contenuto gli stessi individui umani che nascono e muoiono. D'altra parte i miei scritti stanno al di là dell'opposizione realismo-idealismo - e Luca Taddio ha richiamato opportunamente (sul «Corriere» del 27 settembre scorso) i loro temi centrali, che nel mio articolo avevo messo tra parentesi per non complicare troppo il discorso.
Invece Gianni Vattimo (ancora sul «Corriere» del 21 settembre scorso) mi trova troppo affezionato «al vecchio argomento antiscettico» (se uno dice che non c'è verità sostiene che quel che lui dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un «giochetto logico-metafisico». Un giochetto che però (per richiamare solo due tra molti) Platone (nel Teeteto, 171 a) e Aristotele (nella Metafisica, IV, VIII) prendono molto sul serio. Platone scrive addirittura che quell'argomento è «raffinatissimo» (kompsotaton). Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama «giochetto», nel suo libro (Della realtà edito dalla Garzanti, p. 25) lo chiama invece «giusta accusa di autocontraddizione».
(Comunque nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler dire cose vere, ma di voler soltanto esprimere desideri. E son d'accordo. Ma poi, non è proprio per non esser vinto dall'argomento contro lo scettico che Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri - sì che quell'argomento ha un'importanza decisiva nel suo discorso?). Da parte mia ho scritto invece più volte che quell'argomento non è sufficiente contro lo scettico non ingenuo, giacché a chi gli obietta che si contraddice egli può ancora replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire - e qui il discorso prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene anche che dialogare con qualcuno significa andare «a braccetto» con lui. Ora, vado sì dialogando con Gentile, con l'«essenza del pensiero del nostro tempo», con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado «a braccetto» con loro. Dialogo anche con Vattimo...).
Per Markus Gabriel (anch'egli sul «Corriere» del 29 ottobre scorso) il contenuto dei miei scritti è «realismo» e quindi, da realista, scrive che «apparteniamo alla stessa famiglia, il cui capostipite fu Parmenide in persona». Infatti, a suo avviso, Parmenide afferma «un essere indipendente dall'ambiente umano».
Sennonché da più di mezzo secolo i miei scritti vanno mostrando che ciò che Parmenide dice dell'«essere» va detto invece degli enti: di ogni ente va detto cioè che è eterno (ossia è impossibile - è contraddittorio - che non sia), e quindi è eterno anche ogni «ambiente» e pertanto anche l'«ambiente umano». Negarlo è, appunto, la Follia estrema del nichilismo, che identifica l'ente e il niente. Nessun ente può essere stato o può diventare un niente. Se «realismo» significa che certi enti potrebbero esistere anche se non esistesse l'uomo, il realismo è allora una forma di nichilismo (cioè una tesi autocontraddittoria) - come l'idealismo. (Né l'uomo potrebbe esistere se non esistesse un qualsiasi altro ente).
Gabriel aggiunge che «la realtà è parzialmente contraddittoria» (e cioè che il principio di non contraddizione non regola tutta la realtà) perché gli uomini continuano a contraddirsi. Ma, anche qui, è più di mezzo secolo che vado distinguendo il contraddirsi, che certamente esiste - ed è un ente che, come ogni ente, esiste incontraddittoriamente - dal contenuto autocontraddittorio del contraddirsi, che invece è l'impossibile, il necessariamente inesistente.
Con una metafora: i pazzi esistono - e sono pazzi e non sani, cioè sono enti contraddittori - ma (secondo coloro che si ritengono sani di mente) ciò di cui i pazzi son convinti non esiste. L'esistenza del contraddirsi non rende dunque parziale il dominio del principio di non contraddizione (che peraltro, in relazione al modo in cui è stato storicamente inteso, è ben lontano dal presentarsi come un sapere assolutamente intoccabile, ma è anzi una delle espressioni più decisive del nichilismo).
(Corriere della sera 12/11/2012)

APPARTENENZA E APERTURA ALL'ALTRO

Senso di appartenza e apertura verso l’altro

Rainbow Flag - Licenza d'uso: Creative Commons - Owner: http://www.flickr.com/photos/myloonyland/430364996L’appartenere a un gruppo, a una cultura, e –perché no- a un popolo, o a tutte queste vecchie cose di pessimo gusto è uno di quei bisogni umani che tendono a essere disconosciuti dalla mentalità dei nostri tempi. Roy F. Baumeister è stato colui che ha dedicato i propri sforzi scientifici a studiare il bisogno di appartenenza come bisogno universale, dotato di aspetti affettivi da non disprezzare e capace di procurare sofferenza quando non soddisfatto, indipendente da altri bisogni e dotato di funzioni proprie. Certo, come tutti i bisogni può anche produrre danni quando ricercato in maniera pervasiva e distorta. Ma rimane un bisogno umano che va compreso e controllato, ma non eliminato (Baumeister, Leary, 1995).
Il bisogno di appartenenza è una componente fondamentale del più ampio bisogno di socializzazione dell’uomo. Ma la socializzazione presuppone non solo apertura, ma anche chiusura. Certo, un grado di chiusura che non dovrebbe mai degenerare in aggressione attiva e ingiustificata. Ma la chiusura, anche se parziale e controllata dalle forze della ragione, trova il suo carburate originario in un bisogno emotivo di sicurezza e di ragionevole prevedibilità del comportamento e delle intenzioni altrui. Per capirci: è verissimo che, da un punto di vista strettamente logico, è irrazionale la tendenza comune a fidarsi di più di coloro che classifichiamo come culturalmente affini (o peggio, etnicamente affini). Ma si tratta ancora una volta di una di quelle scorciatoie emotive che la mente utilizza per tirare avanti in un mondo complesso e difficile. Fingere che sia possibile eliminare all’istante le barriere culturali è un’operazione gratificante per se stessi. Ma è un piacere sterile e la vera apertura, quando è genuina e fruttifera è fatta di disagio, quel disagio che è sagnale di un vero sforzo assimilativo, e non di superficiale amichevolezza.
Negli altri si cercano anche le somiglianze, le conferme, le similitudini di gusto, sensibilità, storia personale, cercano perfino le stesse idiosincrasie e le stesse antipatie. Le persone, scrivono Baumeister e Leary (1995) cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi. Brewer (1991) ha riscontrato il benessere personale e il senso di stabilità del proprio sé dipendono non solo dalla personalità individuale, ma anche dalla possibilità di aderire a norme culturali condivise. Senza questa possibilità, il disagio e l’angoscia fanno le loro apparizioni.
L’uomo occidentale a volte sembra soffrire di una percezione di esclusione e di risentimento verso la propria stessa cultura. È vero che spesso la cultura occidentale -soprattutto europea- appare un frutto troppo maturo che ha perso la capacità di rigenerarsi. Mi viene in mente l’esempio della musica classica: sarà semplicistico dire che è troppo perfetta per rinnovarsi, ma in parte è così. Stesso discorso potrebbe farsi per il romanzo o il cinema europei continentale, indeboliti dall’eccesso di sperimentalismo e introspezione e dalla rarità di scene d’azione e trame avventurose.
E tuttavia questo sentimento di esclusione dal proprio retaggio non può essere gestito solo con una fuga verso luoghi culturali che non sono i propri. Secondo alcuni, si tratta di una strategia che dietro il rifiuto si nasconde il sentimento di esclusione (Crocker, Major, 1989; Procacci, Pellecchia, Popolo, 2010). La percezione di esclusione si tramuta in un sentimento di separatezza e di compiacimento di una propria supposta singolarità, fino a cercare di integrarsi in gruppi minoritari estranei alla propria cultura di origine (Major, Gramzow, McCoy, e coll., 2002; Procacci, Pellecchia, Popolo, 2010). Insomma è plausibile che l’eccesso di tolleranza per il diverso, quando unito a un rigetto della propria cultura, non sia affatto sostenuto da un sincero e positivo desiderio di aiutare l’integrazione degli immigrati nella società occidentale. Al contrario, si tratta del desiderio di sfuggire alla propria cultura e di fondersi in un altro ambiente. Cosicché viene il sospetto che in fondo si desideri che questo ambiente culturale alternativo rimanga non integrato.

Bibliografia:
  • Baumeister, R.F., Leary, M.R. The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. In «Psychological Bulletin», 117, 1995, pp. 497- 529.
  • Brewer, M.B. The social self: On being the same and different at the same time. In «Personality and Social Psychology Bulletin», 171991, pp. 475-482.
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Pra se pensar ....

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Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...