La comunicazione tra l’uomo e Dio

La comunicazione tra l’uomo e Dio



Nelle scienze sociali ci sono tre tematiche portanti che servono da fondamento a tutte le altre, le quali, pur non essendo di ordine inferiore o secondario, rappresentano comunque lo sviluppo naturale delle prime tre: rapporto natura/cultura nell’evoluzione sociale, i processi mentali e la comunicazione interpersonale.
Al nostro scopo in questo momento non servono le prime due tematiche, e voglio soffermarmi perciò sulla terza: la comunicazione interpersonale.
Si tratta di un processo unico ed importante che serve all’essere umano per stabilire un contatto con altri dei quali ha bisogno per diventare uomo. Attraverso la comunicazione interpersonale ognuno di noi si relaziona per rendere partecipi gli altri delle sue emozioni, dei suoi pensieri, delle sue scoperte, di tutti i suoi stati d’animo, quando lo vuole, e di immedesimarsi negli stati d’animo che gli altri gli comunicano. Ecco perché la comunicazione è il dato fondamentale di ogni tipo di formazione e di educazione, a partire dalla quale nasce l’uomo.
L’essere umano non nasce quando viene messo al mondo, ma soltanto nel momento in cui viene consapevolmente educato ed aiutato a crescere e a capire. Per fare tutto questo c’è bisogno di una relazione di scambio ciclica e circolare che gli esperti chiamano comunicazione interpersonale. Gli animali comunicano tra di loro sia all’interno della stesse specie in modo singolare e più o meno elementare, sia tra specie diverse e nelle forme essenziali, quando devono difendere loro stessi, la loro prole, oppure un territorio.
L’aggressività e le forme di difesa vengono espresse con un modello generico di comunicazione che nulla ha a che fare con quel tipo di comunicazione complessa, completa e raffinata di cui dispone l’essere umano. La comunicazione umana è complessa e variegata, ma anche in progressivo sviluppo, perché le potenzialità comunicative dell’uomo fino ad oggi non si sono mai arrestate, anzi hanno continuato ad espandersi e a perfezionarsi.
Lo possiamo rilevare nella nascita delle lingue, nel linguaggio usato nella Bibbia, nella lingua del Vangelo, lo possiamo notare confrontando le espressioni delle vecchie lingue, ce ne accorgiamo quando prendiamo in esame il vecchio modo di esprimersi del pensiero greco e latino e lo mettiamo a confronto con il linguaggio della filosofia medievale, moderna e contemporanea.
Passando di secolo in secolo e di pensiero in pensiero, la comunicazione ha agevolato l’espressione del pensiero, il pensiero ha favorito lo sviluppo della comunicazione.
C’è da precisare che la comunicazione umana per realizzarsi pienamente ha bisogno sia della forma verbale e sia dell’altra vastissima forma che è la comunicazione non verbale.
La comunicazione si usa perché si sa di potere relazionarsi con qualcuno. Non esiste una non-comunicazione, è realmente impossibile non comunicare, a meno che non si è completamente soli, irreparabilmente soli, ma anche in quel caso si lasciano tracce sperando che qualcuno sappia leggerle e decodificarle, sappia appropriarsene e trasferirle.
La comunicazione esprime un bisogno profondo dell’animo umano che è fatto per parlare ed ascoltare, per dare e ricevere, per consolare ed essere consolato.
L’uomo è un animale politico, come diceva Aristotele, e di conseguenza anche sociale. Ma a che cosa serve all’uomo la dote della sua socialità se non vuole relazionarsi in un contesto sociale e socialmente apprezzabile?
La socialità dell’essere umano comporta d’obbligo l’istituzione di regole, le regole conducono all’azione morale, la morale non può rinunziare all’etica, ogni etica non può fare a meno di Dio. Dunque l’uomo non può fare a meno di Dio, così come Dio esiste per parlare all’uomo.
Ed in questo non possiamo accettare né il laicismo imperante e riottoso, né il fondamentalismo religioso esasperante e liberticida, in quanto alienano i profondi sentimenti religiosi che si annidano "in nuce" nell’animo umano.
Ecco che il modello della comunicazione interpersonale tra uomini trascende il limite terreno perché non può soddisfare gli esseri umani e parte alla ricerca di Dio.
Purtroppo oggi gli scienziati ci allettano con i tentativi di ricerca per trovare altri esseri viventi nell’universo, altre forme di vita, ma in realtà anche loro da uomini cercano Dio.
Dunque Dio nel cuore e nella mente dell’uomo continuamente teso alla sua ricerca e perennemente insoddisfatto perché non riesce a trovarlo, a vederlo, a toccarlo.
Forse molti di noi un torto ce lo abbiamo, ma soltanto perché anche noi siamo stati vittime di una visione antropomorfica di Dio che la tradizione ci ha trasmesso: noi continuiamo a parlare di Dio cercando di rappresentarlo con le sembianze umane, ma Dio di tutto quello che noi gli attribuiamo di umano non ha proprio niente: Dio è!!! Dio c’è.
L’aspetto umano di Dio, ce lo ha mostrato Dio stesso offrendo in dono il suo figlio unigenito Gesù, ma Dio non è rilevabile attraverso dati antropomorfici, perché perderebbe l’essenzialità del suo essere Dio.
Allora Dio chi è? Dio com’è? Dio cos’è?
Dio è!!! - …et verbum caro factum est et abitavit in nobis.
Dio è voce, è parola, è consiglio; Dio è Amore: Deus charitas est!
Se noi ci soffermiamo ad esaminare questo aspetto, comprendiamo l’importanza della comunicazione interpersonale non più tra uomini, ma tra l’uomo e Dio.
La parola di Dio è arrivata al cuore dell’uomo in modo più o meno grossolana già al tempo dell’uomo primitivo, ma poi Dio ha voluto aiutare l’uomo attraverso la sua parola che ha affidato ai profeti.
I profeti non sono bastati, perché non si può passare senza danno dalle tenebre alla luce improvvisamente, e Dio ha mandato il suo figlio unigenito Gesù Cristo.
L’uomo nel tempo ha continuato ad essere seguito ed educato attraverso l’esempio dei Santi, ed in tutto questo percorso dal primitivo al contemporaneo, la funzione della comunicazione interpersonale ha svolto un ruolo primario ed essenziale, sostenuta da quei processi mentali dei quali parlavo all’inizio, che in questo percorso dal prima al poi si sono perfezionati nella qualità e nell’efficienza.
L’apparente dissidio tra natura e cultura in realtà si risolve in una armonica sintesi che concilia la natura umana con la cultura umana guidata dalla parola di Dio: - et verbum caro factum est - e dalla venuta di Cristo tra gli uomini.

Pertanto l’uomo e Dio non possono essere diversamente in comunicazione se non attraverso l’elemento religioso che nasce dalla Sua stessa parola rivelata.

Morte di Dio????

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125


125. L’uomo folle. – Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.

Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, vol. XXV, pagg. 213-214

Il prezzo della libertà

La solitudine è il prezzo della libertà

Beppe Rosso in scena

Lo spettacolo di Beppe Rosso
dagli scritti di Fenoglio
TIZIANA PLATZER
TORINO
«Capire cos’è non è facile, non è un testo pubblicato... È una composizione, ecco». La «composizione» l’ha realizzata lui, l’attore e regista Beppe Rosso, ha messo mano a un’operazione di montaggio dei testi lasciati da Beppe Fenoglio nella sua visione di «teatro partigiano». «Sono alcuni dei suoi ultimi scritti, che noi - io e Filippo Taricco, concludendo un lavoro iniziato dieci anni fa - abbiamo legato in una storia completa, cambiando solo alcuni nomi dei protagonisti. E al centro abbiamo lasciato lo spazio più significativo all’atto unico dello scrittore, “Solitudine”». Quello che comparve sul quotidiano «Gazzetta del Popolo» il 10 febbraio 1963, otto giorni prima della morte di Fenoglio, e che dà il titolo allo spettacolo in scena da oggi alle 19,30 al 21 aprile al Gobetti (biglietto: 25 euro) per lo Stabile.  

Un monologo con dieci personaggi . Chi sono? «La storia prende vita nell’inverno tra il ’44 e il ’45, quando ci fu quella “sospensione” del conflitto per ordine del generale americano Alexander, con l’arresto degli alleati sulla linea gotica. I protagonisti di Fenoglio sono i giovani partigiani che in quel momento devono vivere “come marmotte, uno per collina”. Dunque sono uomini soli». E’ lo sbandamento umano rispetto a un nascondersi solitario, al dover badare ciascuno a se stesso ad aver catturato Rosso? «Mi ha colpito la possibilità di dar voce a questi uomini senza retorica, solo cogliendo che cosa volesse dire, nei loro animi, essere un partigiano. A 20 anni, con il pensiero di resistere e a contatto con i civili dei paesi, anche loro impauriti». L’incontrarsi con gli altri è l’unico elemento che può lenire la violenza della solitudine, tanto da far finire male come Sceriffo, uno dei «dieci».  

«Non resiste nel suo rifugio, sa che in paese c’è una sartina, non è bella ma è un contatto umano», racconta Rosso. «Si taglia un pezzo della giacca per avere un espediente di incontro, e fra i due si instaura, con ironia, un’immediata intimità. Fino a quando non irrompono i tedeschi e lo uccidono». La società civile entra in contrasto con la Resistenza, lo sa il comandante partigiano Perez, il suo dovere militare può mettere in pericolo la gente del paese. Lo sa il mugnaio, che cerca di convincere Nick, partigiano intellettuale, a trasferirsi in città per nascondersi: «Un’occasione che Nick rifiuta - dice l’attore - Essere un partigiano è una scelta da sopportare. E in questo monologo a dieci volti c’è l’orgoglio dei ragazzi che vogliono lasciare un segno nella conquista della libertà». Ideali sguardi anche femminili, perché si raccontano la moglie del mugnaio che non sorride più; la sarta spaventata che accoglie con curiosità il partigiano; e una madre in cerca del figlio dopo un rastrellamento. Sul palco sedie coperte da lamiere e grano che cade dall’alto, quando si «ascolta» una sventagliata di mitra.  

COMO UMA ONDA NO MAR


Como uma onda no mar


Como uma onda no mar vou passando e passando
Corro e escorro em um mundo sem limites
Nada me falta e nada é bastante
Vou me permitir, vou sair sem destino e sem fronteira
Viver como se fosse o próprio mar, como se fosse eterno!

Esperando que um dias os passos se encontrem
Ninguém se dá conta das estradas
Sonhos e aventuras sobrevoando
Estrelas e luzes confundindo-se
Dores e alegrias sem significados!

Não escuto o meu medo
Não desejo outras infâmias
Tudo é perecível, não leva a nada
Caminho verso um inexistente sol
Uma escuridão sem possibilidade de amanhecer!

Vou para onde ninguém quer ir
Mergulho nas aguas jamais navegadas
Sambo nas areias sem restrições
Corro sem nenhuma perspectiva
Vivo como uma onda no mar!

Busco ser paciente sem tréguas
Não permito que as provas me façam desistir
Almejo ser digno de meus sofrimentos
Estranho as mentiras e as falsidades
Não vejo a hora de atracar no porto!

Sinto-me cidadão do mundo
Percebo-me perdido em casa
Agonizo-me no vai-e-vem das paixões
Confio no tempo que me escorre pelas mãos
Exulto como uma onda no mar!

Gritar a alegria de romper nas calçadas
Manifestar a pujança de ser o que sou
Não permitir interferências e turbulências
Renovar-se em cada aurora que me vem abraçar
Estou como uma onda no mar!

Jorge Ribeiro
Itália, maio de 13

POLITICA: ABUSI, ABBANDONO E INTERESSI




Quando si parla dell’attuale politica, automaticamente si pensa agli abusi e gli abbandoni dei beni comune, cosa che si vede dappertutto e dell’uso per interessi propri della struttura di governo.
Quando si riflette sulla politica odierna si presenta subito i compromessi, molte volte immorali, per conquistare o mantenere una sedia in comune o parlamento.
Quando si tocca l’argomento dell’amministrazione pubblica la cosa è ancora più terribile: l’indifferenza e l’abbandono  del bene comune e la cura degli interessi personali e del proprio partito.
Poi uno non può essere cieco da non vedere gli opportunismi di certe azione o di certe attitudine per trovare consenso oppure per fare buona figura.
Con tutto questo quadro non resta che l’indignazione e la speranza di una vera riforma del mondo della politica e delle persone che si mettono nella gestione delle cose pubbliche. Faccio mie le parole accertate e profonde di Pierluigi Battista quando commentava mesi fa:
Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui i partiti devono difendersi dagli effetti di una pessima nomea, peraltro egregiamente conquistata sul campo dopo decenni di ostinata cattiva gestione della cosa pubblica. La nomea di associazioni dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, veicoli di corruzione, collettori di tangenti, terra di pascolo per clientele e gruppi affaristici che attraverso la politica si procurano i mezzi per un arricchimento smisurato. È fondata questa nomea o è soltanto il frutto di una propaganda demagogica, o «qualunquista», come si diceva un tempo? È, purtroppo, una nomea più che fondata. Assistere allo spettacolo di consiglieri regionali che scialano in cene pantagrueliche i soldi pubblici degli italiani intascati con appositi regolamenti autopromozionali, oppure vedere in ogni parte d’Italia dilagare, a destra e a sinistra, nel Nord e nel Sud, le ruberie consumate ai danni della sanità italiana, tutto questo rende comprensibilmente sospetto l’appello a non abusare della «questione morale» durante e dopo la campagna elettorale in corso, pena l’accusa di voler minimizzare le colpe di chi fa politica per arricchirsi. Tuttavia bisognerebbe insistere: meglio accantonarla, la «questione morale». E non solo per la ragione trivialmente fattuale, eppure difficilmente confutabile, che nessuno degli schieramenti oggi in competizione può rivendicare una purezza cristallina che ne legittimi le pretese di supremazia etica. Ma perché la «questione morale» perpetua un equivoco e concentra l’attenzione sui comportamenti etici e non piuttosto sulle istituzioni e sulle leggi che dovrebbero impedire una deriva «immorale» nel governo dello Stato (Pierluigi Battista, Contro l’abuso della questione morale, Corriere della Sera, gennaio 2013).
Fino quando assisteremo la demagogia politica e sociale e resteremo con le braccia crociate e indifferenti al qualunquismo o menefreghismo dei gestori della cosa pubblica? Quando scegliamo i nostri rappresentanti quali criterio usiamo? Oppure ci omettiamo e passiamo la “patata calda” agli altri?  In quanto sia l’opportunismo e la voglia di potere a comandare le nostre azione allora il caos e l’abbandono saranno le principale leggi della politica. Riflettiamo e cerchiamo di cambiare questa situazione e di collaborare per un miglior uso della politica e dell’amministrazione dei beni comuni. 

La fatica

(P.A.Bertoli - M.Piccoli) 


Amore mio, che cosa vuoi che dica 
Sarà che mi è scoppiata la fatica 
O forse ho scaricato tutto il sacco di esperienza 
E sono fermo ai blocchi di partenza 
A volte sono stanco di pensare 
Mi sento come un pesce senza il mare 
Ho scritto tante cose, tanti fatti e le ragioni, cercando di fermare le emozioni 
Mi piace aprir la botte e raccontare di come a volte il cielo tocca il mare 
Di come l'infinito sia nel viso della gente, che ha costruito tutto e non ha mai avuto niente 
Amore mio, vorrei cominciare con tante cose ancora da inventare 
E non sentirmi vuoto come un fiasco già scolato 
Con l'impressione d'essere arrivato 
Mi piace scombinare l'acquisto e rivoltar la giacca ad un partito 
E fare i conti in tasca alle morali e tradizioni 
Col gusto di scoprire le finzioni 
E allora con la falce taglio il filo della luna 
La musica mi sembra più vicina 
E prendo a pugni e schiaffi la tristezza e la sfortuna 
E cerco di tornare come prima 
Amore mio, mi mancan le parole per costruire torri in faccia al sole 
Sarà perché son stato troppo tempo a vegetare 
Che l'ho chiamato spesso riposare 
Ma non ho ancora perso la mia rabbia 
Non mi hanno ancora nella gabbia 
E pesco ancora in fondo alle mie tante ribellioni per scaricarle dentro alle canzoni 
Mi piace respirare la chiarezza 
Sentire dentro un po' di tenerezza 
Rompendo i bugigattoli dei dogmi culturali stampate sulle tavole di pietra o sui giornali 
E ancora con la falce taglio il filo della luna 
La musica mi sembra più vicina 
E prendo a pugni e schiaffi la tristezza e la sfortuna 
E cerco di tornare come prima 
Amore mio, se a volte mi nascondo 
Se chiudo le mie entrate a questo mondo 
È solo per cercare di capire come sono 
Mi sento naufragare e mi abbandono 
Mi piace poi tornare come nuovo 
Sentire che mi scrollo e che mi muovo 
Allora c'è nell'aria come un altro ritornello 
Così che ripulisco il mio cervello 
E allora con la falce taglio il filo della luna 
La musica mi sembra più vicina 
E prendo a pugni e schiaffi la tristezza e la sfortuna 
E cerco di tornare come prima.

Altri testi su: http://www.angolotesti.it/P/testi_canzoni_pierangelo_bertoli_3505/testo_canzone_la_fatica_136491.html
Tutto su Pierangelo Bertoli: http://www.musictory.it/musica/Pierangelo+Bertoli

Vanità e Tempo per tutto

Le parole attualissime e altamente realistiche della Sacra Scrittura: parola di vita, di speranza, di pace, di serenità e di accoglienza della vita nella sua interezza.



Dal libro di Qoèlet 2, 1-3. 12-26: Vanità dei piaceri e della sapienza umana

    Io ho detto in cuor mio: «Vieni, dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: Gusta il piacere!».
Ma ecco anche questo è vanità.
Del riso ho detto: «Follia!»
e della gioia: «A che giova?».
    Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita.
    Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che farà il successore del re? Ciò che è già stato fatto». Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre:
Il saggio ha gli occhi in fronte,
ma lo stolto cammina nel buio.
Ma so anche che un'unica sorte
è riservata a tutt'e due.
    Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d'esser saggio? Dov'è il vantaggio?». E ho concluso: «Anche questo è vanità». Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.
    Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole, perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.
    Allora quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui? Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d'ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!

Dal libro di Qoèlet 3, 1-22: C'è un tempo per ogni cosa

    Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire
un tempo per piantare
e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare
e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
    Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
    Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho concluso che non c'è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c'è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato.
    Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c'è l'iniquità e al posto della giustizia c'è l'empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l'empio, perché c'è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Poi riguardo ai figli dell'uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità.
Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere
e tutto ritorna nella polvere.
    Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra? Mi sono accorto che nulla c'è di meglio per l'uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

Pra se pensar ....

Desespero anunciado

Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...