L'insoddisfazione




L’ insoddisfazione è un sentimento di non appagamento e, di conseguenza, di malessere più o meno accentuato. Essa è presente in noi, alternandosi con il suo opposto “soddisfazione”, fin dai primi attimi della nostra vita, allorché i nostri bisogni primari, di cui si occupa la mamma, sperimentano l’appagamento (per esempio, dopo la poppata) e l’inappagamento (la fame che precede la poppata) più volte al giorno.
Nell’adulto l’insoddisfazione lascia gli schemi della prima infanzia e si porta su piani più maturi: esistenziale, creativo, sentimentale, sessuale, professionale, ambientale, potendo talora restare legato in profondità ad antiche frustrazioni da bisogni.
Avere ciò che serve
La parola “insoddisfazione” deriva dal latino satisfacere, che letteralmente significa fare abbastanza, produrre il necessario. Satisfactum è perciò colui che ha il necessario. Ed è proprio su quest’ultima parola, che si basa il senso vero dei termini soddisfazione e insoddisfazione.
A seconda, infatti, di quello che ognuno di noi ritiene necessario per se stesso e per la propria vita, è possibile essere appagati o no, felici o infelici. Basta dunque un attimo per comprendere come gran parte della nostra felicità dipenda dalla capacità di intuire il “vero necessario”.
Solo il vero necessario dà la felicità
Ci sono persone agiate o ricchissime che hanno non solo il necessario, ma anche tutto il superfluo e sono degli insod disfatti cronici, dei depressi alla ricerca continua di stimoli che alla fine si rivelano vacui; e ci sono altri che vivono di poco e sono felici di quello (ciò non toglie ovviamente che ci siano dei ricchi felici e dei poveri infelici…). Ci sono persone che hanno dato l’anima per avere la vita che credevano “necessaria per essere felici” (riconoscimentipartner idealesuccesso) e invece sono sempre frustrati e inappagati, e altri che, con naturalezza, stanno bene senza sforzo nella lorovita.
Come mai? L’equivoco nasce dal fatto che la maggior parte dei bisogni che credi di avere sono indotti dall’esterno, dai modelli, dai genitori, dagli insegnanti, dalla cultura e dalla società, e anche da ciò che di tutto questo è entrato nel nostro super-Io.
Pensiamo di aver bisogno di certe cose ma non è così, e una volta raggiunte si apre il “non senso”. E da adulti è difficile poi sapere cosa ci serve davvero e cosa no. Ma l’inghippo è tutto qui.
Se riuscissimo a fare silenzio, a far tacere tutte le mille voci — non nostre — che ci urlano nel cervello, e ci mettessimo in una condizione di estrema semplicità, in breve emergerebbe il nostro “vero necessario”, che è fatto proprio per noi e che è ben più raggiungibile di quanto pensiamo. Anzi, spesso è già qui. Bisogna solo accorgersene.
I SI e i NO dell’INSODDISFAZIONE
Spesso, crediamo di avere bisogni che in realtà sono indotti dal mondo esterno. Ma ciò di cui abbiamo bisogno, in realtà, è già qui e aspetta solo d’essere riconosciuto…
SI
• Fai digiuno dei soliti appagamenti Senza uscire dalla vita che stai facendo – quindi senza agriturismi “monastici” salubri ma disorientanti — rendi più semplice la tua vitaquotidiana, inserendo spazi e momenti in cui non fare nulla che sia finalizzato ai solitibisogni.
Questo digiuno di qualche giorno ti aiuterà a capire se essi fanno parte dei tuo “vero necessario”, l’unico che può renderti felice.
NO
• Lamentarsi / Non serve, anzi ricrea nel cervello un continuo senso di frustrazione, allontanando la possibilità di risolvere la situazione.
Secreta il tuo inappagamento, totalmente. Il cervello così “addensato” produrrà nuovi sguardi sulla realtà.
tratto da “Il Dizionario della Felicità”
di Raffele Morelli

IL VINO DELLA GIOIA


Il vino della gioia

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino».
E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono.
E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un pò brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono».
Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2,1-11)
Insieme al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci questo è probabilmente uno dei brani più noti dei Vangeli. Confrontandoli però si nota una differenza: nel primo (Mt 14,15 ss. Mt 15,31 ss. e paralleli) Gesù si preoccupa della folla che è rimasta senza cibo e, provandone compassione, gli procura il necessario per vivere; nelle nozze di Cana, invece, sollecitato da Maria sua madre, Gesù fornisce ciò che oggi definiremmo un “bene voluttuario” e per di più a degli uomini che come ci ricorda lo stesso Vangelo, probabilmente sono già “un po’ brilli”.
Nella nostra vita spesso facciamo distinzione fra ciò che è necessario e ciò che non lo è. Forse sbaglierò ma ascoltando i discorsi di molte persone (specialmente di una certa età) si ha l’impressione che l’esperienza essenziale nella vita sia poter lavorare per guadagnarsi il pane quotidiano. Il cruccio delle persone anziane è quello “di non essere più capaci di fare niente”. Permettetemi anche una nota molto autobiografica: spesso nei confronti delle persone disabili, dato che non possono lavorare, non possono fare le cose necessarie, ci si preoccupa che almeno abbiano qualcosa “per far passare il tempo”, qualcosa in fondo considerato superfluo e non importante per una vita veramente realizzata.
Nel brano sopra riportato non si può non evidenziare che è uno dei pochi (escluso i primi capitoli del Vangelo di Matteo e di Luca) in cui si parla di Maria e se ne parla non come una figura da “immaginetta”, bensì come una donna “da cucina” come tutte le mamme, a stretto contatto dei servi in quanto, per accorgersi che “era venuto a mancare il vino”, doveva aver trascorso più tempo dietro le quinte che non sulla scena del banchetto. Questo brano ci aiuta a valorizzare nel modo giusto la figura della Madonna: una persona pienamente umana, estremamente attenta ai bisogni degli altri e che ha saputo riporre la sua fiducia totalmente nel Signore, anche quando apparentemente la rimproverava (“Che ho da fare con te, o donna”). Sarò poco devoto a Maria, faccio molta fatica a pregare il rosario e quando ho qualcosa che mi sta a cuore preferisco rivolgermi direttamente a Dio e specialmente a Gesù, ma è bello sapere che una di noi creature ce l’ha fatta a seguire pienamente la volontà di Dio e che dal cielo, insieme agli altri santi e alle persone che ci sono state care, continua a intercedere per noi e a suggerirci di fare sempre quello che ci dice Lui.
Ogni volta che ascolto il brano delle nozze di Cana, però, la mia attenzione cade sempre sul vino e mi incuriosisce il fatto che, mentre negli altri Vangeli i miracoli hanno come soggetto persone ammalate o comunque bisognose, il primo miracolo del Vangelo di Giovanni (molto originale rispetto ai tre sinottici) abbia in primo piano proprio il vino.
Scorrendo le pagine della Bibbia possiamo notare che questo è citato come bevanda che stordisce e ubriaca; alle persone consacrate a Dio (re, sacerdoti, profeti) è fatto obbligo di non bere né vino né bevande inebrianti; con espressioni quali coppa o calice dell’ira il vino diviene addirittura simbolo della maledizione degli uomini che si ubriacano con i culti degli idoli.
Molto spesso, però, vino, vite, vigna indicano prosperità, festa, gioia. In particolare è una grande benedizione quando Dio, attraverso i profeti, promette agli uomini di poter ancora piantare le viti, coltivarle e gustarne il frutto.
Forse siamo abituati a guardare la nostra vita cristiana in termini di sofferenza, di sacrificio, di “sudore della fronte” per guadagnarci il pane quotidiano ed espiare le nostre colpe. Gesù in questo è stato molto chiaro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Ma questa è solo la strada, non la meta. Nel Vangelo Gesù ci fa assaporare anche e soprattutto la gioia del far festa, del banchetto, dello stare con i propri amici. Molto significativa è la parabola degli invitati alle nozze (Mt 22,2 - Lc 14,16) in cui tutti gli invitati hanno qualcosa di importante da fare, devono badare al proprio lavoro, e allora vengono invitati a far festa la gente dei crocicchi, quelli che non fanno cose importanti, quelli che non sanno come far passare il tempo.
Uno dei primi bans che ho sentito quando ho iniziato a frequentare l’oratorio ripeteva continuamente: «Noi siamo gente di festa, siamo gente di gioia noi» e secondo me è proprio questo che vuole ricordarci il primo miracolo del vangelo di Giovanni.
Vino, festa, divertirsi, cercare qualcosa non per “far passare il tempo” ma per vivere bene il proprio tempo non sono “beni voluttuari”, cose da ragazzi, ma esperienza essenziale della nostra vita al pari e forse più del lavoro. L’uomo non vive di solo pane, ci ricorda la Bibbia, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio e dalla bocca degli amici che incontriamo ogni giorno, di ogni attimo di gratuità che sappiamo condividere senza per forza “fare qualcosa di importante”.
Il pane e il vino, i segni dei due miracoli, li ritroviamo nell’Eucaristia: Gesù per noi si fa nutrimento e gioia, Gesù è venuto e continua a venire tra noi proprio “perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena” (Gv 15,11).
Non è vero che il tempo è denaro: esso è infinitamente più prezioso del denaro. Certamente accogliamo l’invito di S. Paolo “di mangiare il proprio pane lavorando in pace” (2Tm 3,12), ma il tempo che il Signore ci dona su questa terra, non è solo per lavorare, ma anche per pregustare con fantasia e creatività il vino nuovo della festa, il vino dell’incontro, per sperimentare che, pur tra difficoltà, sacrifici, sofferenze, tutti siamo chiamati alla gioia piena quella che, come quell’acqua trasformata in vino, non perde mai il sapore e l’intensità.

Pra se pensar ....

Desespero anunciado

Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...