TOLLERANZA E SOCIETA’ MULTICULTURALE

TOLLERANZA E SOCIETA’ MULTICULTURALE

 
 
L’idea di tolleranza, che oggi è oggetto di innumerevoli dibattiti e pubblicazioni e che sembra diventata una delle idee-chiave per leggere, interpretare e indirizzare le scelte morali e politiche di una società che tende sempre più ad assumere la caratteristica della multiculturalità, in realtà si è presentata spesso alla ribalta nelle riflessioni di uomini di cultura delle epoche passate, anche se il termine «tolleranza» è stato a volte sostituito da altre espressioni, e anche se l’ambito della sua applicazione pratica è cambiato, allargandosi a contesti sempre più vari e complessi.
La tolleranza è stata ed è di volta in volta indicata come la risposta, da una parte all’esigenza di difendere la propria identità e, dall’altra, a quella di garantire la convivenza dei membri di una comunità attraverso il reciproco riconoscimento di una pari dignità per ognuno di essi. La tolleranza è in questo senso l’antidoto a ciò che Rousseau chiama, riferendosi agli individui, «amor proprio», ossia la vanagloria, la pienezza di sé dell’individuo che non tollera di essere offuscato dalle idee e dalle azioni degli altri individui. «Il compito che si pone ogni momento a ogni uomo», scrive Gadamer, «è davvero gigantesco: si tratta di tenere sotto controllo i propri personali preconcetti, la sfera egocentrica degli impulsi e degli interessi privati, in modo che l’Altro non diventi o non resti invisibile».[1]
Ma quale di queste due polarità, individualità e comunità, è prioritaria? E’ più pressante, nel mondo in cui viviamo, l’esigenza di difendere le diversità, oppure l’esigenza della convivenza civile basata sul presupposto della solidarietà? Gadamer definisce la solidarietà come «quell’accordo irriflesso e spontaneo sulla base del quale è possibile prendere decisioni comuni e valide per tutti nella sfera morale, sociale e politica»,[2] che impongono di andare alla ricerca nell’Altro e nel Diverso di quel che vi è di comune. E’ forse questa la via che, ponendo le due esigenze sullo stesso piano, permette di conciliarle?
 
Tolleranza e pregiudizi.
 
L’intolleranza può essere legata sia a pregiudizi sia a giudizi di valore. Certo, ciò che separa gli uni dagli altri può essere una linea sottile, ma la sfera del pregiudizio tende comunque a prescindere dal confronto tra valori che possono confliggere fra di loro nella vita sociale. Essa è l’atteggiamento di coloro che disprezzano qualsiasi contesto culturale diverso dal proprio e qualsiasi differenza esteriore (colore della pelle, modo di vestire, di parlare, ecc.), indipendentemente da considerazioni di merito o demerito, di giustizia o ingiustizia, di adeguatezza o inadeguatezza alla convivenza nell’ambito di una comunità.
Naturalmente spesso i pregiudizi sfociano in conflitti di valore laddove il disprezzo si tramuta in concreta emarginazione, ma alla base di essi non c’è un atteggiamento razionale (considero ciò giusto o sbagliato), bensì c’è un atto di volontà basato sul «gradimento» (accetto o rifiuto di approvare).
Ci sono armi contro il pregiudizio? Esso sembrerebbe un atteggiamento difficile da sradicare, se ha condizionato il pensiero di grandi uomini che non si possono certo tacciare di sciocca ignoranza. Voltaire — che pure ha dato un importante contributo all’analisi dell’idea di tolleranza[3] — sostenne che «se l’intelligenza dei Negri non è di un’altra specie rispetto al nostro intelletto, è però di molto inferiore».[4] E così anche David Hume, che scrisse: «Propendo a ritenere che i Negri, e in generale tutte le altre specie di uomini… siano naturalmente inferiori ai bianchi».[5] E ancora Thomas Jefferson riteneva che «i Negri — siano essi una razza originariamente distinta, oppure che si è differenziata con il tempo e le circostanze — siano inferiori ai bianchi nella costituzione del corpo come dello spirito».[6]
Certo, essi non avevano a disposizione le conoscenze che l’uso di strumenti di ricerca sempre più sofisticati — in particolare, nel campo delle cosiddette differenze razziali, la genetica — mettono a disposizione dei contemporanei,[7] ma in realtà non esiste un rapporto necessario e quasi automatico tra cammino della conoscenza ed eliminazione dei pregiudizi. Questi col tempo diventano qualcosa di intimo e pervadono le nostre relazioni, diventando una specie di rifugio, una cittadella murata in difesa dei propri interessi individuali. E nel conflitto fra conoscenza e interessi spesso vince la tendenza a privilegiare i secondi.
Questo rapporto tra conoscenza e tolleranza ha perciò bisogno di intermediari che svolgano la loro azione nel tempo: da una parte la coercizione per quanto riguarda le conseguenze sociali negative del pregiudizio, e dall’altra l’educazione che condiziona le intime convinzioni di ognuno.
Ma l’educazione alla tolleranza implica il vivere insieme, implica la contiguità che permette la conoscenza reciproca. Per questo è del tutto sbagliata la tendenza, che sta prendendo piede in alcune società multiculturali e multietniche, verso la valorizzazione delle differenze attraverso la «separazione». E’ quello che sta succedendo, ad esempio, nella più variegata delle società del mondo moderno, la società americana, in cui al melting pot si contrappone una frammentazione che privilegia l’identità e i diritti dei gruppi etnici, in cui il dogma multietnico viene abbandonato, e il separatismo si sostituisce all’integrazione.[8] Ma la separazione e la competizione tra gruppi non generano che mania di persecuzione e sospetto reciproco, mentre la cosiddetta politically correctness diventa un simbolo di tolleranza e rispetto del tutto ambiguo.
 
Tolleranza e diversi giudizi di valore.
 
Per quanto riguarda il rapporto fra giudizi di valore e tolleranza, il discorso è più complesso. Il concetto di tolleranza, in questo caso, è collegato alla disapprovazione e avversione verso qualcosa che si considera sbagliato, dato che è incoerente parlare di tolleranza nei confronti di ciò che si approva.[9] In un certo senso è una sorta di indulgenza. «Indulgente, scrive Kant, è chi non odia gli altri per i loro errori. Chi è indulgente è tollerante».[10] Ma la tolleranza nei confronti di qualcosa che si considera sbagliato presenta delle ambiguità, o perlomeno pone dei problemi.
Che rapporto si instaura fra tollerante e tollerato? La tolleranza è inevitabilmente collegata al relativismo, e al limite allo scetticismo (la verità non esiste: esistono tante verità), oppure può diventare una premessa per avvicinarsi alla formulazione di verità condivise? E’ giusto che chi crede in una certa idea o in certi valori accetti passivamente, tollerandole, le conseguenze concrete di azioni motivate da idee o valori che non condivide? La tolleranza è una scelta «di principio» o «funzionale», ossia è un bene in sé o è legata a considerazioni di ordine pubblico e di pace sociale (coesione dello Stato)?
Per rispondere a queste domande si può iniziare collegando il concetto di tolleranza a quello di pari dignità delle persone e delle idee. Uno dei presupposti fondamentali della tolleranza è appunto l’uguale dignità di tutti gli esseri umani, che perciò meritano rispetto in quanto tali, in quanto cioè possono essere kantianamente definiti agenti razionali, potenzialmente liberi e capaci di formare e definire la propria identità.
Ma la definizione della propria identità non è un fatto privato: essa avviene attraverso il dialogo continuo con gli altri ed implica perciò il riconoscimento. Mentre il rispetto è una forma di «astensione» dal giudizio ed ha come presupposto l’uguaglianza, il riconoscimento è un atteggiamento attivo, che spinge verso la valorizzazione della differenza. Proprio quest’ultima è diventata il punto di forza di quei movimenti contro le discriminazioni che caratterizzano le società pluralistiche e multiculturali del nostro tempo. Le risposte che la cultura e la politica liberal-democratica hanno dato al problema della libertà e dell’uguaglianza sono messe in discussione sulla base della considerazione che vanno garantite non solo le libertà fondamentali (di pensiero, di parola, di stampa, ecc.) e il soddisfacimento dei bisogni fondamentali (istruzione, reddito, salute, ecc.), ma vanno garantite anche le specificità culturali di individui e gruppi che non si riconoscono nella cultura dominante. La virtù della tolleranza non dovrebbe dunque consistere solo nel «lasciar vivere» o nell’«astenersi dall’esercitare il proprio potere nei confronti delle opinioni ed azioni altrui, anche se sono diverse dalle proprie per aspetti rilevanti ed anche se le si disapprova dal punto di vista morale»,[11] ma anche nel «creare delle opportunità per gli altri e fare di tutto per aiutarli a mantenere e coltivare le loro diversità».[12]
L’accento posto sulle differenze e sulla loro difesa, come già ricordato, è ciò che sta mettendo in crisi la società americana. La politica del riconoscimento si è legata all’esigenza di autoaffermazione etnica contro la nazionalizzazione culturale, alla celebrazione dell’etnia mediante lo sviluppo di una letteratura o di una storia compensatoria ispirata a risentimento o orgoglio di gruppo e basata spesso su falsificazioni,[13] all’organizzazione di forme di sostegno alla comunità etnica (scuole apposite, centri di riunione esclusivi, ecc.), e alla rivendicazione di un ruolo attivo dello Stato in difesa dei diritti delle minoranze oltre che di quelli individuali, attraverso la concessione di opportunità a cui la maggioranza non dovrebbe avere diritto.[14]
Ma è giusto andare in questa direzione? In realtà, sia nella storia americana che in quella europea, è stata proprio l’accentuazione e l’esasperazione delle differenze che ha portato all’intolleranza. Se il pluralismo si associa alla creazione di forme di segregazione, il positivo si tramuta in negativo, ciò che viene considerato una forma fondamentale di civiltà diventa strumento di inciviltà. Le varie forme di tribalismo che si stanno manifestando nel mondo (a livello etnico, religioso o politico), basate sull’esigenza di partecipazione ad emozioni comuni, esclusive, rischiano di immergerci in un’atmosfera di fanatismo.[15]
L’idea di tolleranza portata fino a questo limite ha come premessa una sorta di scetticismo, o relativismo, per cui ciò che conta per ogni uomo e per ogni gruppo è «la sua verità» (le sue idee, la sua cultura, le sue scelte morali e di vita), che non può e non deve essere influenzata né condizionata dalla «verità degli altri». E a sua volta questa premessa si fonda sulla paura dell’uniformità, dell’omogeneizzazione, che sono viste, oggi in particolar modo, come pericoli reali legati alla società della «comunicazione globale». Se la tolleranza per la diversità avesse la funzione di promuovere la scoperta della verità, ciò porterà alla fine, si teme, alla scomparsa della diversità, cioè all’unanimità.[16]
Contro la necessità di pervenire a dei punti fermi unanimemente condivisi si è espressa, ad esempio, Hannah Arendt. Essa difende la diversità in se stessa e subordina la verità al pluralismo che permette un discorso senza fine fra gli uomini: l’idea tradizionale di verità, sostiene, minaccia la pluralità di prospettive in continuo mutamento e la libera scelta delle opinioni a cui aderire, e sostituisce l’infinita conversazione della politica con la singola voce di tutti gli uomini razionali.[17] Perciò la tolleranza va difesa in quanto sta alla base della possibilità di discussione e di dibattito, e ciò costituisce un valore superiore alla verità.
Porre l’accento sulla diversità può dunque condurre a due sbocchi: il fanatismo o ilpluralismo come valore prioritario, e dunque fine a se stesso, e ambedue, seppure in modi diversi, hanno un fondamento relativistico.
Ma esiste un terzo sbocco che, non assolutizzando la diversità, la recupera come elemento di un processo, un processo senza fine, ma non senza punti fermi — e questi sono quei valori la cui presenza o assenza condiziona la possibilità del dialogo infinito fra le diversità. La tolleranza, in questo caso, si basa sul concetto di fallibilismo. «Il fatto che gli esseri umani siano fallibili, scrive Popper, vuol dire che tutti possiamo sbagliare… Ma affermare questo equivale a dire che la verità esiste, e che ci sono azioni che sono moralmente giuste, o quasi giuste. Il fallibilismo certo implica che la verità e il bene non sono a portata di mano, e che dovremmo essere sempre pronti a scoprire che ci siamo sbagliati». Nel confronto fra opinioni diverse bisogna partire da questo presupposto: «Può darsi che io abbia torto e tu abbia ragione». Se coloro che si confrontano «sottoscrivono questa affermazione, ciò è sufficiente a garantire reciproca tolleranza… Ma se si vuole evitare il relativismo si deve andare oltre. Dovrebbero dire: ‘Può darsi che io abbia torto e tu abbia ragione; e se discutiamo il problema razionalmente può darsi che possiamo correggere i nostri errori e può darsi che tutti e due possiamo avvicinarci di più alla verità…’».[18]
Sulla base degli stessi presupposti si fondano le affermazioni di John Stuart Mill sulla tolleranza, che egli ritiene un mezzo per un fine, la verità. «Man mano che l’umanità avanza, scrive, il numero delle dottrine che non sono più messe in discussione o in dubbio aumenterà costantemente; e il benessere dell’umanità può quasi essere misurato dal numero e dall’importanza delle verità che sono diventate incontestabili…».[19] La tolleranza nei confronti delle opinioni diverse, per Mill, è dunque strumentale ed è in funzione di un punto d’arrivo, raggiunto il quale in un certo senso essa non ha più alcun ruolo: se il fine della tolleranza è la formazione di opinioni consolidate, una volta che queste hanno preso forma devono avere lo stesso valore per tutti.
Che non si possa fare a meno di punti fermi è dimostrato anche dalla constatazione che tutti coloro che si sono occupati del problema della tolleranza concordano sul fatto che la sua messa in pratica impone dei limiti. Non si può, ad esempio, tollerare l’intolleranza, non si può essere tolleranti verso la manipolazione dei fatti, non è tollerabile la negazione dell’uguaglianza dei diritti, ecc.
La tolleranza è dunque la premessa per il confronto e il dialogo, ma nello stesso tempo è subordinata a quei valori negando i quali viene negata essa stessa, valori che sono progressivamente emersi nel corso della storia e che, sia pure non pienamente e universalmente realizzati, tendono a diventare il fondamento del vivere in comune.
I diversi gruppi etnici e religiosi presenti nelle società multiculturali che fanno della diversità la loro bandiera, e che chiedono quel riconoscimento in senso forte che implica la concessione di diritti particolari da parte dello Stato, creano invece una contrapposizione fra diritti particolari e valori comuni, a cui pure si appellano. Le richieste di trattamento differenziato da parte dei franco-canadesi del Québec sono un esempio. Questo ha adottato diverse leggi relative alla difesa della lingua francese: una stabilisce che né i francofoni né gli immigrati possono iscrivere i propri figli a scuole di lingua inglese, un’altra impone l’uso del francese sul lavoro nelle imprese con più di cinquanta dipendenti. In nome della sopravvivenza collettiva di un gruppo il governo del Québec ha cioè imposto ai cittadini residenti delle restrizioni che da una parte sono contrarie ai contenuti della Carta canadese dei diritti adottata nel 1982, dall’altra ledono il diritto di tutti i cittadini di fare scelte libere e autonome relative ad alcuni aspetti della loro vita.[20]
 
Cittadinanza e appartenenza.
 
La logica della società multiculturale sembra generare una sorta di «scollatura… tracittadinanza e appartenenza. L’idea democratica moderna di un’appartenenza interamente risolta nella cittadinanza, scrive Giacomo Marramao, non è più in grado di fronteggiare le sfide della società contemporanea. Sappiamo ormai che vi sono dei bisogni diidentificazione simbolica che non possono trovare mai piena realizzazione nella sfera della cittadinanza… La virtualità di rispondere alla domanda sociale con un ampliamento degli orizzonti… della cittadinanza è data fino a quando si ha a che fare con conflitti politici (sui diritti di uguaglianza), oppure con conflitti economici e sociali (rivendicazioni di interessi o distatus). Ma non si dà più nel momento in cui entra in campo il conflitto etico, il conflitto di valori».[21]
Ora, se è vero che stiamo assistendo un po’ ovunque nel mondo alla manifestazione di questo fenomeno di frammentazione basata sul proliferare di identità «blindate», ciò che bisogna chiedersi è se la tolleranza verso la «proliferazione meccanica della logica identitaria» può spingersi fino all’accettazione passiva della disgregazione, che inevitabilmente sfocia nel conflitto, oppure se è possibile trovare un punto di equilibrio che risolva la contrapposizione fra cittadinanza e appartenenza e renda pensabile la cittadinanza multiculturale.
Il potenziale conflitto fra cittadinanza e appartenenza intesa come identificazione simbolica è stato risolto dall’ideologia nazionale, attraverso l’imposizione di una cultura unitaria e attraverso simboli mitici che hanno portato alla coincidenza della cittadinanza con l’appartenenza a una comunità nazionale resa e considerata omogenea in modo fittizio.
Ma proprio la crisi degli Stati nazionali legata alla nuova realtà che si sta profilando, al progressivo aumento dell’interdipendenza, contiene il germe di una nuova soluzione più libertaria di quel conflitto. Lo contiene in senso dialettico, perché proprio questa crisi e l’interdipendenza sono fra i fattori scatenanti del processo di disgregazione in nome della tolleranza come riconoscimento delle diversità, e ciò rappresenta la negazione della sintesi fra cittadinanza e appartenenza. Ma nello stesso tempo quei due fattori pongono una domanda a cui non si può fare a meno di dare una risposta: la domanda di quali istituzioni alternative debbano affermarsi proprio per governare la crisi e affrontare l’interdipendenza senza scatenare fenomeni di disgregazione.
Ciò che sta avvenendo in Europa, se essa riuscirà a portare a compimento la sua unificazione federale, è la risposta concreta che gli Stati europei danno a quella domanda e l’indicazione della via che dovrà percorrere il mondo intero, se non si vorrà rassegnarsi a subire le conseguenze dell’ingovernabilità dei problemi globali. Ma nello stesso tempo questa risposta conterrà un elemento politicamente e simbolicamente nuovo: il superamento della cittadinanza esclusiva.
Paradossalmente, la reazione ai pericoli di disgregazione della più avanzata società multiculturale, la società americana, può portare verso il nazionalismo. Lo stesso Arthur Schlesinger così risponde alla crisi del melting pot: «La storia dà il senso dell’identità. Non dobbiamo pensare che i nostri valori siano in assoluto i migliori, ma essi sono ancorati alla nostra esperienza nazionale (i documenti, gli eroi, le tradizioni, ecc.). Chi ha una storia diversa avrà valori diversi. Ma noi crediamo che i nostri siano i migliori per noi». L’antidoto contro le minacce alla coesione dello Stato è, pur con il dovuto apprezzamento per le diversità, l’esaltazione della «nazionalità americana».[22]
Al contrario in Europa la risposta ai pericoli di disgregazione sarà la formazione di uno Stato federale multinazionale, i cui cittadini potranno diventare i soggetti di una vera «rivoluzione culturale». Se — come è pensabile, vista la variegata struttura della società europea — con la Federazione europea nascerà un nuovo modello di Stato federale, più articolato rispetto al modello americano e strutturato in vari livelli di governo che diano voce e potere alle varie comunità territoriali (locali, regionali, statali e federali), ciò significherà la fine della cittadinanza esclusiva e la nascita di un nuovo concetto di identità.
La ricerca di identità «blindate» è legata al fatto che il senso di appartenenza viene collegato al bisogno di identificazione simbolica che non si ritiene soddisfatto nella sfera della cittadinanza proprio perché questa fino ad ora ha avuto il carattere dell’esclusività. Questo carattere ha comportato un ruolo pervasivo dello Stato al di là della sfera pubblica — la sfera dei diritti e doveri fondamentali dei cittadini sanciti nelle costituzioni democratiche — per invadere la sfera privata delle scelte etico-culturali. Il superamento della cittadinanza esclusiva porta alla separazione delle due sfere, abolendo tendenzialmente l’ingerenza statuale nella seconda, il cui controllo è strettamente legato all’esigenza della interiorizzazione da parte dei cittadini dell’ideologia nazionale. E ciò permetterà di invertire la tendenza all’esasperata e spesso intollerante richiesta di riconoscimento delle differenze che è una delle cause della rinascita del nuovo nazionalismo tribale che si sta sviluppando nelle nostre società.
Nello stesso tempo il modello di democrazia federale basato su diversi livelli di governo può innescare un processo virtuoso di recupero della democrazia in termini sostanziali, creando le condizioni per una società più aperta e tollerante.
I conflitti di valore nella sfera pubblica, così come i conflitti di interesse, possono essere composti senza fratture definitive e contrapposizioni non costruttive se istituzioni adeguate non solo garantiscono a tutti, attraverso la libertà e l’uguaglianza, la soddisfazione dei «bisogni primari», ma anche favoriscono il dialogo continuo come strumento per risolvere i conflitti. La tolleranza, in un quadro istituzionale adeguato, non appare più come «gentile concessione» di chi crede di avere aprioristicamente ragione nei confronti di chi ha opinioni diverse, ma come la condizione naturale di una società che ammette e dà voce a «dissensi morali rispettabili».[23] Ciò è possibile se ogni individuo, indipendentemente dal contesto culturale a cui si sente legato e dalle sue scelte di vita, può partecipare efficacemente, insieme agli altri individui, alle scelte che riguardano il mondo che egli condivide con loro. La tolleranza, in definitiva, può progressivamente diventare una pratica spontanea — e sfuggire così al pericolo di rivolgersi contro se stessa attraverso le cosiddette «politiche della differenza» — solo se gli individui-cittadini si sentiranno pienamente partecipi di progetti comuni. Se uno degli elementi essenziali delle rivendicazioni dei neocomunitari è la «ricerca compensativa di calore comunitario contro il ‘grande freddo’ delle istituzioni puramente procedurali delle nostre democrazie»,[24] si tratta di opporsi all’attuale tendenza a definire la comunità come il «luogo» dell’identità etnica, religiosa, culturale e di definirla invece in termini territoriali, ossia come il luogo in cui gli individui, con le loro differenze, convivono e progettano insieme il loro futuro attraverso «il discorso e l’azione».[25]
L’emergere e il diffondersi della società multiculturale è in un certo senso un fenonleno «necessario», nel senso che, essendo legato all’evoluzione del modo di produrre, ad esso non si può opporsi: ciò che possiamo fare è, da una parte accertare i problemi che pone e dall’altra cercare di padroneggiarli.
Abbiamo visto come di fronte ai nuovi problemi posti dal multiculturalismo, fra cui quello della tolleranza, spesso emergono reazioni scomposte, più legate alla paura, a sentimenti immediati, che a una ricerca di nuovi criteri di giudizio e quindi di nuove soluzioni. L’affermazione di un nuovo concetto di «cittadinanza», legato alla creazione di istituzioni federali articolate in vari livelli territoriali e di governo, può essere la soluzione per evitare di assolutizzare il bisogno di identificazione simbolica, che può portare a un fanatismo intollerante, per cercare una sintesi fra cittadinanza e appartenenza ed affermare la cittadinanza multiculturale.
 
Nicoletta Mosconi


[1] Hans Georg Gadamer, Das Erbe Europas, Francoforte, Suhrkamp Verlag, 1989 (trad. it., L’eredità dell’Europa, Torino, Einaudi, 1991, p. 21).
[2] Ibidem, p. 97.
[3] Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Milano, Feltrinelli, 1995.
[4] Paolo Rossi, Naufragi senza spettatore, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 114.
[5] Ibidem, p. 114.
[6] Ibidem, p. 115.
[7] Luca e Francesco Cavalli-Sforza, Chi siamo. La storia della diversità umana, Milano, Mondadori, 1995.
[8] Arthur M. Schlesinger, The disuniting of America, New York-London, W.W. Norton & Company, p. 17.
[9] Susan Mendus (a cura di), Justifying Toleration, Cambridge, Cambridge University Press, 1988, pp. 3 e segg.
[10] Immanuel Kant, Benjamin Constant, La verità e la menzogna. Dialogo sulla fondazione morale della politica, Milano, Mondadori, 1996, p. 256.
[11] Susan Mendus e David Edwards (a cura di), On Toleration, Oxford, Clarendon Press, 1987 (trad. it., Saggi sulla tolleranza, Milano, Il Saggiatore, 1990, p. 6).
[12] Ibidem, p. 21.
[13] Arthur M. Schlesinger, op. cit., p. 55.
[14] Michael Walzer, What It Means to be an American. Essays on the Arnerican Experience, New York, Marsilio, 1992 (trad. it., Che cosa significa essere americani, Venezia, Marsilio, 1992).
[15] Michel Maffesoli, Le culture comunitarie, Roma, Il Mondo 3 Edizioni, 1996.
[16] Susan Mendus, Justifying Toleration, cit., p. 177.
[17] Susan Mendus, ibidem, pp. 183-84.
[18] Susan Mendus e David Edwards, Saggi sulla tolleranza, cit., p. 37.
[19] John Stuart Mill, On Liberty, citato in Susan Mendus, Justifying Toleration, cit., p. 92.
[20] Charles Taylor, Multiculturalism and the Politics of Recognition, Princeton, Princeton University Press, 1992 (trad. it., Multiculturalismo. La politica del riconoscimento, Milano, Anabasi, 1993, p. 76).
[21] Giacomo Marramao, Zone di confine, Roma, Il Mondo 3 Edizioni, 1996, p. 46.
[22] Arthur M. Schlesinger, op. cit., pp. 137-38.
[23] Charles Taylor, Multiculturalismo, cit., pp. 36 e segg.
[24] Giacomo Marramao, op. cit., p. 40.
[25] Hannah Arendt, The Human Condition, Chicago-London, University of Chicago Press, 1958 (trad. it., Vita Activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1994).

IDENTITÀ E VIOLENZA


Amartya K. Sen. Identità e violenza Roma-Bari, Laterza 2006, pp. 219, 


 Torna l’economista-filosofo indiano Amartya Sen, uno dei pochi intellettuali contemporanei di livello veramente mondiale, e torna con un testo molto interessante su uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni: l’identità. Di gruppo e individuale.
Lo spunto è dato anche in questo caso dalla teoria di Samuel P. Huntington sullo “scontro delle civiltà”. La tesi di Sen è che non esistano civiltà che si scontrano: e, del resto, lo stesso concetto di civiltà è alquanto arduo da definire. Incasellare storie differenti (sociali e individuali) miniaturizzandole in pochi contenitori è un esempio di quello che l’autore chiama “solitarismo”: un approccio che considera gli esseri umani come membri di un solo gruppo, anziché persone «diversamente differenti». Prenderne atto è fondamentale per la vita di ogni persona:«dobbiamo avere piena consapevolezza di possedere molte e distinte affiliazioni, e di poter agire con ognuna di esse in molti e diversi modi».
I rischi del solitarismo sono ben individuati già dal titolo: la violenza. Promuoverla è molto facile, quando ci si basa su «un sentimento di inevitabilità riguardo a una qualche presunta identità unica – spesso belligerante – che noi possederemmo e che apparentemente pretende molto da noi (spesso cose del genere più sgradevole)». La storia dei conflitti religiosi (e non solo) è lì a dimostrarlo: molte carneficine hanno tratto impulso da un comportamento connivente del gregge, indotto a scoprire e identificarsi in un’identità che non può essere contraddetta e che non lascia possibilità di scelta, mortificando la libertà culturale di poter scegliere il proprio stile di vita. L’individuo che si lascia trascinare e che agisce meccanicamente in base alle sollecitazioni del conformismo di massa è uno «sciocco razionale», scrive Sen: può anche contribuire al successo del proprio gruppo, ma a quale prezzo? La creazione di identità uniche è in grado di rendere il mondo un luogo più infiammabile.
Non dobbiamo dimenticare che i creatori di identità sono sempre all’opera, spacciando per antichi e universalmente condivisi punti di vista minoritari e di parte. Lo stiamo vedendo anche da noi, in questo preciso istante, nell’infaticabile opera cattolica di promozione delle “radici cristiane”, italiane ed europee. Sen ribadisce che «la religione non è, né può essere, l’identità onnicomprensiva di un individuo». Ma non è un messaggio di facile presa, in un contesto in cui sia la destra che la sinistra (e non solo in Italia) sono attratte dalle sirene del multiculturalismo.
Da una parte, infatti, nazionalisti e leader religiosi tendono a ribadire la bontà della teoria di Huntington: quella che sostiene la nostra appartenenza alla civiltà occidentale e cristiana, premuta ai nostri confini dalla civiltà islamica e, più in là, da quella cinese: secondo questa logica chi dissente è, ovviamente, un traditore o, nella migliore delle ipotesi, un idiota che fa il gioco del nemico. Come già sottolineato anche da Zygmunt Bauman, dall’altra parte l’opposizione a questo ragionamento ne accetta comunque le basi: valorizzando il “buon islamico” e il “buon cinese”, si crea la percezione negli appartenenti (tra le varie appartenenze che hanno) a queste realtà che l’islam o la propria comunità etnica siano gli unici strumenti attraverso cui possono sviluppare la propria personalità: ammesso, ovviamente, che in tal modo la possano sviluppare.
Procedendo in questo modo, infatti, si giustifica la repressione piuttosto che l’incontro: cos’è più multiculturale, una coppia che vieta alla propria figlia di uscire con un ragazzo estraneo al proprio gruppo, oppure un incontro tra due persone di origine differente, che proprio dalla conoscenza reciproca potranno arricchire la propria individualità? Eppure è proprio la logica del ghetto quella che tante amministrazioni, specialmente di sinistra, promuovono con ben scarsa lungimiranza: ne abbiamo tanti esempi in casa, ma anche all’estero non si scherza, come l’improvvida apertura inglese alle scuole confessionali ampiamente dimostra. «Istruzione», scrive Sen, «non vuol dire solamente immergere i bambini, anche quelli giovanissimi, nell’ethos dei padri. Vuol dire anche aiutare i bambini a sviluppare la capacità di ragionare sulle decisioni nuove che qualsiasi persona adulta sarà chiamata a prendere».
La bontà di una società plurale, ci dice Sen, andrà valutata dalla capacità di mettere in grado gli individui di compiere scelte ragionate, piuttosto che dal modo con cui tollera le persone di origine culturale differente. È il ricorso alla discussione ragionata ciò che può aprire prospettive pacifiche nel mondo contemporaneo, e non certo la contrattazione tra comunità conflittuali chiuse al proprio interno. Il pianeta sembra andare in un’altra direzione, ma è proprio “ragionandoci sopra” che si può sperare di invertirne la rotta.
Raffaele Carcano

LA FATICA E LA GIOIA DI CREDERE

Credere è sempre stato difficile. La fede è difficile; perché si crede ciò che non si conosce: si crede ciò che non si vede, ciò che non si constata.
Se, invece, tutto questo fosse possibile non avremmo bisogno di dire “io credo”, ma“io so, io conosco”.
La fede è ciò che è assolutamente altro dalla ragione.
Tuttavia non si può trascurare l’espressione di San Paolo, per cui la fede è"rationabile obsequium". E' un "sì" detto a Dio, ma secondo ragioni che non riguardano la ragione. La ragione vuole essere qualche cosa di inconfutabile.
La fede ha bisogno di una rivelazione soprannaturale, perché la fede enuncia qualcosa che l'uomo con i propri mezzi non potrebbe mai raggiungere.
Ecco perché dai Padri della Chiesa e poi e soprattutto in  Tommaso d’Aquino la tesi è che la fede non può essere in contrasto con la ragione.
E questo è difficile per l’uomo contemporaneo.
Complesso proprio a causa della nostra presunzione razionalistica e il nostro orgoglio, che non ammette realtà che trascendono le capacità della nostra mente ed esperienza umana. Un po’ come l’apostolo Tommaso dinanzi alla prospettiva della risurrezione di Gesù.

L’amato papa Benedetto XVI ha dichiarato: «Nel mondo occidentale oggi viviamo un'ondata di nuovo drastico illuminismo o laicismo, comunque lo si voglia chiamare. Credere è diventato più difficile, perché il mondo in cui ci troviamo è fatto completamente da noi stessi e in esso Dio, per così dire, non compare più direttamente. Non si beve alla fonte, ma da ciò che, già imbottigliato, ci viene offerto. Gli uomini si sono ricostruiti il mondo loro stessi, e trovare Lui dietro a questo mondo è diventato difficile».
Inoltre - ha proseguito - «l'Occidente oggi viene toccato fortemente da altre culture, in cui l'elemento religioso originario è molto forte, e che sono inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio. E questa presenza del sacro in altre culture, anche se velata in molte maniere, tocca nuovamente il mondo occidentale, tocca noi, che ci troviamo al crocevia di tante culture».

Benedetto XVI ha affermato che noi «dobbiamo riscoprire Dio, e non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano, perché quando vediamo Gesù Cristo vediamo Dio».

Come potremmo definire la fede?
Due gli snodi essenziali:
-         l’intelligenza della fede
-         l’atto di fede.

Compiremo un itinerario più lungo e anziché offrire una definizione nominale, preferiamo ricorrere a una definizione descrittiva.

In ordine all’intelligenza della fede possiamo dire che essa è un atto dell’intelletto, perché si tratta di conoscere delle verità, ma non essendo queste verità intrinsecamente evidenti, la nostra adesione di fede non può farsi senza l’influsso della volontà
Ovviamente credere – l’abbiamo detto – non è conoscere; tuttavia credere non esclude il conoscere e si addirittura il conoscere può favorire il credere.
A voler volare alto, basti pensare alla Summa Theologica di Tommaso d’Aquino che altro non è che una splendida ... intelligenza della fede finalizzata a un profondo atto di fede.

Per usare una bella espressione di Benedetto XVI la fede è amica dell’intelligenza.L’espressione può sembrare molto riduttiva, ma è significativamente pregnante. La fede che nasce dall’incontro con Cristo non sostituisce l’intelligenza, né le sottrae alcuna competenza; non pretende di assumere nei confronti della intelligenza umana una posizione di primato.
In quanto amica dell’intelligenza, la fede ha il compito di richiamarla sempre alla propria dignità costitutiva e all’orizzonte di senso che le è proprio, quello di essereintelligenza umana.

E’ chiaro che il solo conoscere non basta.
Trattandosi di verità soprannaturali deve intervenire anche l’aiuto di Dio per illuminare l’intelletto e aiutare la volontà nel suo assenso.
L’atto di fede è un atto libero; acconsentire a Dio che si rivela in Cristo è credere in Dio. La ragione precede la fede con la cognizione della Rivelazione e dei motivi per accettarla, ma segue la fede per afferrare il senso dei misteri, per quanto è possibile.

La fede è, dunque, dono di Dio che richiede l’impegno dell’intelletto e della volontà umana.
La fede nasce dall’agire di Dio inseparabile dal volere umano. Nessuno crede suo malgrado e neppure nessuno crede senza che Dio gli doni di credere.

Intelletto e volontà che inducono anche all’abbandono fiducioso e confidente in Dio.
Per questo il Concilio di Trento afferma che la fede “è il principio, il fondamento, la radice della nostra giustificazione”. Insomma, senza fede non è possibile stabilire un rapporto di salvezza con Dio.

Alla luce di queste premesse è possibile superare errate e parziali immagini della fede e affermare che:
-         La fede non è puro sentimento, emotività superficiale e transitoria.
-         La fede non è l’assenso ad una verità in senso puramente intellettuale.
-         La fede vera non è l’adempimento formalistico o abitudinario di riti o di leggi morali.
-         La fede non è la semplice anche se importante religiosità o pietà popolare.
-         La fede non è magia o superstizione (vedi ad esempio la “catena di S. Antonio”)

Potremmo continuare a dire che cosa non sia la fede, ma a noi interessa definire, invece, ciò che è la vera fede, tenendo conto – come si diceva all’inizio – della fede debole e della fatica di credere, se non proprio dell’eclissi della fede.

Nel Vangelo di Marco leggiamo “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. (16,16)
San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica afferma: “La fede è principio del credere… per sé è la prima virtù perché è il principio della vita spirituale e non si può amare Dio, ultimo fine, né sperare in Lui, se non lo si conosce per fede”, e precisa: “L’oggetto della nostra fede è la Verità prima, cioè Dio … Dio è l’oggetto formale della fede, cioè il motivo per cui crediamo”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda: “La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Santa Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede “l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente” (DV 5). Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. “Il giusto vivrà mediante la fede” (Rm 1,17). La fede viva “opera per mezzo della carità” (Gal 5,6). [1814]

La virtù teologale della fede – insegna ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica – è la risposta adeguata dell’uomo all’invito che Dio invisibile nel suo immenso amore rivolge agli uomini per ammetterli alla comunione con Sé. La Sacra Scrittura chiama questa risposta dell’uomo “obbedienza della Fede”.

Recita l’atto di fede: “Mio Dio, perché sei verità infallibile, credo tutto quello che tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere. Credo in Te, unico vero Dio in tre Persone uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo. Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per noi, il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la vita eterna. Conforme a questa fede voglio sempre vivere. Signore, accresci la mia fede”.
La fede si manifesta nel credente nel praticare con pieno assenso tutto quanto avvicina alla volontà di Dio e nel realizzare alla luce dello spirito di fede ogni cosa. Il cristiano cioè punta a promuovere in tutto e per tutto la gloria del Creatore e il suo atteggiamento è informato dalla vita di pietà e teso alla perfezione.
Il salutare esercizio della professione di fede mantiene nel santo timore di Dio, in quanto riconosce umilmente il bisogno di lasciarsi guidare dall’Altissimo per fare ogni cosa nell’ottica del suo pensiero.

Catechisticamente potremmo paragonare la fede a un seme divino, seminato in noi, insieme a quello della speranza e della carità, al momento del Battesimo. La fede è come un niente, quasi impercettibile, piccola come un granellino di senapa, dice Gesù (Lc 17,6), ma allo stesso tempo è «più preziosa dell’oro» (1 Pt 1,7), «santissima» (Giuda 20).
E’ ovvio che ogni seme per germogliare e svilupparsi ha bisogno di trovare un terreno adatto (penso al clima di fede di una famiglia cristiana!), di essere protetto, coltivato, nutrito.

Ma come in pratica?

-         Con la preghiera assidua. La preghiera è porta di comunicazione dell’uomo con Dio, è il primo anello di una catena che lega a Lui. Nella preghiera e nella meditazione si trova lo stimolo e la fonte soprannaturale per la crescita spirituale e la stima necessaria per mantenere salda la fedeltà al Creatore.
-          Con la grazia dei sacramenti. Chi trascura la pratica liturgica e sacramentale con il pretesto di mantenere la fede nel cuore anche senza di essa, si potrebbe paragonare a uno che pretendesse di vivere senza alimentarsi.
-         Per lo sviluppo della fede è altresì importante ricordare quanto Gesù ha proclamato nelle beatitudini: “Beati i puri di cuore …”. Certe crisi di fede hanno nella dissipazione e nella non purezza del cuore e  dei pensieri la loro causa.
-         La fede si nutre, si conserva e si accresce anche attraverso l’esempio e il sostegno di una vera comunità cristiana. L’ambiente – soprattutto quello familiare – influisce moltissimo… Chi può scordare la fede semplice ma profonda dei propri genitori?
-         La fede si alimenta attraverso l’istruzione religiosa, soprattutto la catechesi parrocchiale. La non conoscenza delle verità della fede produce una nebulosità mentale dannosissima e paralizzante del nostro rapporto di fede e di amore con Dio.

Diffondere la fede

La fatica del credere è anche dovuta alla mancata diffusione e comunicazione della fede. La fede di natura sua tende ad espandersi a comunicarsi, altrimenti si esaurisce e si estingue.
Uno degli impegni del cristiano – forse il primo e l’essenziale – è quello di far passare la propria fede da un fenomeno unicamente personale ad vera passione di comunicare agli altri i propri tesori.
E’ tutta questione di testimonianza cristiana!

Ed è in nome della testimonianza cristiana (murtiria)
-         che non ci si può dichiarare incapaci di trasmettere la fede, di parlare di Dio agli altri, di assumere atteggiamenti camaleontici sfuggendo dalle proprie responsabilità
-         che non si può avere timore dei rischi connessi nel prendere posizioni apertamente cristiane dinanzi a persone o in ambienti agnostici per paura di essere beffati e presi in giro come bigotti…

In sostanza  la fede esige una vita di fede!
S. Tommaso d’Aquino, direbbe: “L’atto di fede del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà enunciata”, trasfondendola nella propria vita.

Credere: un atto ecclesiale

Il deposito della fede contenuto nella Parola di Dio scritta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e nella Tradizione (parimenti apostolica) è stato consegnato da Gesù e dagli Apostoli alla Chiesa per essere trasmesso di generazione in generazione con scrupolosa fedeltà.. La Chiesa, infatti è “colonna e sostegno della verità” (1 Tm 3,15).
S. Ireneo di Lione, testimone di questa fede, dichiara: “In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino all’estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede…, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una stessa anima e un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca”(Adversus Haereses).
Lo stesso prosegue: “Questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, la conserviamo con cura, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” (Ibid.).

Credere, dunque, è anche un atto ecclesiale.
La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede.
La Chiesa è la madre di tutti i credenti e per questo S. Cipriano afferma: “Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre”.

Il prezioso deposito della fede è, dunque, affidato alla Chiesa, che lo trasmette e lo difende con l’assistenza dello Spirito Santo. E’ un deposito definitivo, non passerà mai, né potrà essere aumentato o modificato da altre “rivelazioni”.

Il Concilio Vaticano II afferma: “E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”. (DV, 10)

* * *

In sintesi, come ricorda papa Benedetto, possiamo dire che la fede non è in prima battuta un insieme di regole da rispettare, ma è la fonte di un'esistenza gioiosa perché toccata dalla presenza di Cristo.

Per questo è necessario che anche i membri della Chiesa sappiano mostrare questo nucleo essenziale della fede prima ancora che i suoi esiti morali, perché senza l'«opzione positiva» gli stessi esiti morali rimarrebbero in ultima analisi incomprensibili e apparirebbero come una gabbia che vuole rendere l'uomo meno libero e meno felice.

Deve così ritornare evidente – ricorda papa Benedetto – che, nonostante la fatica e l’ardimento «credere è bello, che la gioia di una grande comunità universale significa un sostegno, che dietro di essa c'è qualcosa di importante e che quindi insieme ai nuovi movimenti di ricerca vi sono anche nuovi sbocchi alla fede, che ci conducono gli uni verso gli altri e che sono anche positivi per la società nel suo insieme».

OMBRE LONTANE

OMBRE LONTANE


Il mio tempo è trascorso
sulle ombre lontane,
come quando da infante
giocavo sui prati,
incurante del serio
ed imminente futuro.
Quella voce del saggio
che chiedeva di udire,
le cose che un bimbo
non voleva ascoltare.
Adesso maturo
del sapiente trascorso
mi ritorna la voce
di quell’ombra a me cara.
Quel vecchio ormai curvo
con le mani insicure
che la vita ha plasmato
col suo lento cammino,
Quell’uomo vissuto
lontano se ne andato.
Mi ha indicato una via
dove ho sempre mirato.
Quell’ombra lontana
mi è rimasta nel cuore
ed io la porto con me,
con orgoglio ed amore

(VITO Giarratano)

È il crepuscolo delle tradizioni

Emanuele Severino 
È il crepuscolo delle tradizioni


La tecnica sta ponendosi alla guida del mondo. Può riuscirvi solo se si è in grado di mostrare che ormai questo compito non può più essere assolto dalle grandi forze della tradizione (quali il capitalismo, le religioni, la politica).
Ma chi può mostrarlo? Non certo la tecnica e la scienza. È invece l'essenza tendenzialmente nascosta della filosofia del nostro tempo a mostrarlo (purché si sappia guardare). Mostra cioè che non possono esistere quei Limiti assoluti, indicati dalle forze della tradizione, di fronte ai quali la tecnica debba arrestarsi. Anche (ma non solo) per questo la filosofia ha un carattere decisivo. Di qui l'importanza di saper cogliere ciò che chiamo «essenza della filosofia del nostro tempo» - alla quale appartengono pensatori come Nietzsche e Gentile. Appunto a questo contesto si riferiva anche il mio articolo (su «la Lettura» del 16 settembre scorso) intorno al quale sono intervenuti vari interlocutori. (E d'altra parte, come continuo a ripetere, quell'essenza è la forma più coerente della Follia estrema da cui è avvolta l'esistenza dell'uomo - la Follia del nichilismo).
Ben presto l'uomo si accorge degli ostacoli che limitano la sua volontà. E si convince che il mondo esista indipendentemente dalla coscienza che egli ne ha. Questa, la base di ogni forma di «realismo». Se l'«uomo» è il singolo individuo umano, anche l'«idealismo» è una forma di realismo. D'altra parte, il mito e il pensiero filosofico della tradizione (sia pure in modo profondamente diverso) vedono in quegli ostacoli una forma superiore, più potente, «divina», di Volontà, capace di dominare la materia di cui le cose son fatte o addirittura capace di produrre ogni aspetto del mondo, come pensa anche l'idealismo classico, culminante in Hegel - che però indica i motivi per i quali quella Volontà divina e cosciente non sta al di là dell'uomo, ma gli è unita. Come Cristo, l'uomo autentico è Uomo-Dio. Il mondo è prodotto non dall'uomo singolo, ma dall'Uomo-Dio. Nel pensiero del neo-hegeliano Giovanni Gentile questa tematica è fondata nel modo più rigoroso.
Giacomo Marramao (ne «Il Secolo d'Italia» del 18 settembre scorso) è limpidamente d'accordo con me circa questo rigore - osservando giustamente, tra l'altro, che uno dei motivi del disinteresse per Gentile sta nel suo stile «pesante» e «ottocentesco». Che però, aggiungo, vanta un nitore concettuale estremamente superiore a quello dei neo-hegeliani del mondo anglosassone del XIX-XX secolo. Contrariamente alle loro intenzioni (e nonostante i loro indubbi meriti), essi hanno offuscato e complicato la potenza speculativa di Hegel, determinando una reazione «realistica» non immune da consistenti ingenuità, che sarebbe stata di più alto livello se nel mondo anglosassone la presenza di quella forma di neo-hegelismo non avesse impedito la presenza di Gentile.
Ma soprattutto - per quanto riguarda il predominio del realismo rispetto all'idealismo - la tecno-scienza si presenta quasi sempre come «realismo» (assunto come ipotesi di lavoro o come tesi filosofica acriticamente accettata). Da parte sua, il «realismo» filosofico dà spesso per scontato che la filosofia non possa procedere indipendentemente dalla scienza. In questo modo accade che la centralità della scienza nel mondo contemporaneo determini il predominio del realismo rispetto a ogni altra forma filosofica.
Ringrazio anche Maurizio Ferraris per il suo intervento (su «la Repubblica» del 18 settembre scorso). Nel quale, però, si afferma che, nella prospettiva che va da Kant a Gentile, «noi non abbiamo mai a che fare con cose in sé, ma sempre e soltanto con fenomeni, con cose che appaiono a noi». No: questo lo si può dire di Kant (e propriamente del Kant della Critica della ragion pura), non di Hegel o di Gentile. Per Hegel, come per Aristotele, il contenuto della ragione sono proprio le cose in sé. E a sua volta Gentile ribadisce che solo se si presuppone (arbitrariamente) che esistano cose in sé al di là del pensiero, si può affermare che i contenuti del pensiero siano soltanto fenomeni. Per confutare l'idealismo, Ferraris richiama l'esistenza delle infinite cose che esistevano prima dell'uomo, gli ostacoli incontrati dall'uomo, l'imprevedibilità degli eventi. L'idealista risponde, a ragione, che di tutte queste situazioni non si potrebbe parlare se non fossero pensate e che quindi esse non stanno al di là del pensiero, indipendenti da esso, che invece include nel proprio contenuto gli stessi individui umani che nascono e muoiono. D'altra parte i miei scritti stanno al di là dell'opposizione realismo-idealismo - e Luca Taddio ha richiamato opportunamente (sul «Corriere» del 27 settembre scorso) i loro temi centrali, che nel mio articolo avevo messo tra parentesi per non complicare troppo il discorso.
Invece Gianni Vattimo (ancora sul «Corriere» del 21 settembre scorso) mi trova troppo affezionato «al vecchio argomento antiscettico» (se uno dice che non c'è verità sostiene che quel che lui dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un «giochetto logico-metafisico». Un giochetto che però (per richiamare solo due tra molti) Platone (nel Teeteto, 171 a) e Aristotele (nella Metafisica, IV, VIII) prendono molto sul serio. Platone scrive addirittura che quell'argomento è «raffinatissimo» (kompsotaton). Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama «giochetto», nel suo libro (Della realtà edito dalla Garzanti, p. 25) lo chiama invece «giusta accusa di autocontraddizione».
(Comunque nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler dire cose vere, ma di voler soltanto esprimere desideri. E son d'accordo. Ma poi, non è proprio per non esser vinto dall'argomento contro lo scettico che Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri - sì che quell'argomento ha un'importanza decisiva nel suo discorso?). Da parte mia ho scritto invece più volte che quell'argomento non è sufficiente contro lo scettico non ingenuo, giacché a chi gli obietta che si contraddice egli può ancora replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire - e qui il discorso prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene anche che dialogare con qualcuno significa andare «a braccetto» con lui. Ora, vado sì dialogando con Gentile, con l'«essenza del pensiero del nostro tempo», con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado «a braccetto» con loro. Dialogo anche con Vattimo...).
Per Markus Gabriel (anch'egli sul «Corriere» del 29 ottobre scorso) il contenuto dei miei scritti è «realismo» e quindi, da realista, scrive che «apparteniamo alla stessa famiglia, il cui capostipite fu Parmenide in persona». Infatti, a suo avviso, Parmenide afferma «un essere indipendente dall'ambiente umano».
Sennonché da più di mezzo secolo i miei scritti vanno mostrando che ciò che Parmenide dice dell'«essere» va detto invece degli enti: di ogni ente va detto cioè che è eterno (ossia è impossibile - è contraddittorio - che non sia), e quindi è eterno anche ogni «ambiente» e pertanto anche l'«ambiente umano». Negarlo è, appunto, la Follia estrema del nichilismo, che identifica l'ente e il niente. Nessun ente può essere stato o può diventare un niente. Se «realismo» significa che certi enti potrebbero esistere anche se non esistesse l'uomo, il realismo è allora una forma di nichilismo (cioè una tesi autocontraddittoria) - come l'idealismo. (Né l'uomo potrebbe esistere se non esistesse un qualsiasi altro ente).
Gabriel aggiunge che «la realtà è parzialmente contraddittoria» (e cioè che il principio di non contraddizione non regola tutta la realtà) perché gli uomini continuano a contraddirsi. Ma, anche qui, è più di mezzo secolo che vado distinguendo il contraddirsi, che certamente esiste - ed è un ente che, come ogni ente, esiste incontraddittoriamente - dal contenuto autocontraddittorio del contraddirsi, che invece è l'impossibile, il necessariamente inesistente.
Con una metafora: i pazzi esistono - e sono pazzi e non sani, cioè sono enti contraddittori - ma (secondo coloro che si ritengono sani di mente) ciò di cui i pazzi son convinti non esiste. L'esistenza del contraddirsi non rende dunque parziale il dominio del principio di non contraddizione (che peraltro, in relazione al modo in cui è stato storicamente inteso, è ben lontano dal presentarsi come un sapere assolutamente intoccabile, ma è anzi una delle espressioni più decisive del nichilismo).
(Corriere della sera 12/11/2012)

APPARTENENZA E APERTURA ALL'ALTRO

Senso di appartenza e apertura verso l’altro

Rainbow Flag - Licenza d'uso: Creative Commons - Owner: http://www.flickr.com/photos/myloonyland/430364996L’appartenere a un gruppo, a una cultura, e –perché no- a un popolo, o a tutte queste vecchie cose di pessimo gusto è uno di quei bisogni umani che tendono a essere disconosciuti dalla mentalità dei nostri tempi. Roy F. Baumeister è stato colui che ha dedicato i propri sforzi scientifici a studiare il bisogno di appartenenza come bisogno universale, dotato di aspetti affettivi da non disprezzare e capace di procurare sofferenza quando non soddisfatto, indipendente da altri bisogni e dotato di funzioni proprie. Certo, come tutti i bisogni può anche produrre danni quando ricercato in maniera pervasiva e distorta. Ma rimane un bisogno umano che va compreso e controllato, ma non eliminato (Baumeister, Leary, 1995).
Il bisogno di appartenenza è una componente fondamentale del più ampio bisogno di socializzazione dell’uomo. Ma la socializzazione presuppone non solo apertura, ma anche chiusura. Certo, un grado di chiusura che non dovrebbe mai degenerare in aggressione attiva e ingiustificata. Ma la chiusura, anche se parziale e controllata dalle forze della ragione, trova il suo carburate originario in un bisogno emotivo di sicurezza e di ragionevole prevedibilità del comportamento e delle intenzioni altrui. Per capirci: è verissimo che, da un punto di vista strettamente logico, è irrazionale la tendenza comune a fidarsi di più di coloro che classifichiamo come culturalmente affini (o peggio, etnicamente affini). Ma si tratta ancora una volta di una di quelle scorciatoie emotive che la mente utilizza per tirare avanti in un mondo complesso e difficile. Fingere che sia possibile eliminare all’istante le barriere culturali è un’operazione gratificante per se stessi. Ma è un piacere sterile e la vera apertura, quando è genuina e fruttifera è fatta di disagio, quel disagio che è sagnale di un vero sforzo assimilativo, e non di superficiale amichevolezza.
Negli altri si cercano anche le somiglianze, le conferme, le similitudini di gusto, sensibilità, storia personale, cercano perfino le stesse idiosincrasie e le stesse antipatie. Le persone, scrivono Baumeister e Leary (1995) cercano nel contatto non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi. Brewer (1991) ha riscontrato il benessere personale e il senso di stabilità del proprio sé dipendono non solo dalla personalità individuale, ma anche dalla possibilità di aderire a norme culturali condivise. Senza questa possibilità, il disagio e l’angoscia fanno le loro apparizioni.
L’uomo occidentale a volte sembra soffrire di una percezione di esclusione e di risentimento verso la propria stessa cultura. È vero che spesso la cultura occidentale -soprattutto europea- appare un frutto troppo maturo che ha perso la capacità di rigenerarsi. Mi viene in mente l’esempio della musica classica: sarà semplicistico dire che è troppo perfetta per rinnovarsi, ma in parte è così. Stesso discorso potrebbe farsi per il romanzo o il cinema europei continentale, indeboliti dall’eccesso di sperimentalismo e introspezione e dalla rarità di scene d’azione e trame avventurose.
E tuttavia questo sentimento di esclusione dal proprio retaggio non può essere gestito solo con una fuga verso luoghi culturali che non sono i propri. Secondo alcuni, si tratta di una strategia che dietro il rifiuto si nasconde il sentimento di esclusione (Crocker, Major, 1989; Procacci, Pellecchia, Popolo, 2010). La percezione di esclusione si tramuta in un sentimento di separatezza e di compiacimento di una propria supposta singolarità, fino a cercare di integrarsi in gruppi minoritari estranei alla propria cultura di origine (Major, Gramzow, McCoy, e coll., 2002; Procacci, Pellecchia, Popolo, 2010). Insomma è plausibile che l’eccesso di tolleranza per il diverso, quando unito a un rigetto della propria cultura, non sia affatto sostenuto da un sincero e positivo desiderio di aiutare l’integrazione degli immigrati nella società occidentale. Al contrario, si tratta del desiderio di sfuggire alla propria cultura e di fondersi in un altro ambiente. Cosicché viene il sospetto che in fondo si desideri che questo ambiente culturale alternativo rimanga non integrato.

Bibliografia:
  • Baumeister, R.F., Leary, M.R. The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. In «Psychological Bulletin», 117, 1995, pp. 497- 529.
  • Brewer, M.B. The social self: On being the same and different at the same time. In «Personality and Social Psychology Bulletin», 171991, pp. 475-482.
  • Crocker, J., Major, B. Social stigma and self-esteem: The self-protective properties of stigma. In «Psychological Review», 96, pp. 608-630.
  • Major, B., Gramzow, R.H., McCoy, S., Levin, S., Schmader, T., Sidanius, J. Ideology and attributions to discrimination among low and high status groups. In «Journal of Personality and Social Psychology», 82, pp. 269-282.
  • Procacci, M., Pellecchia, G., Popolo, R. Il bisogno di appartenenza come motivazione autonoma». In M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigni (a cura di ), «Ansia e ritiro sociale». Milano. Cortina, 2010, pp. 49-88.

Pra se pensar ....

Desespero anunciado

Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...