SULL'ELEGANZA


“L’eleganza è quella qualità del comportamento che trasforma la massima qualità dell’essere in apparire” – J. Paul Sartre
Nella nostra società così legata al culto esasperato delle apparenze, c’è una preoccupante mancanza d’eleganza.
L’eleganza non è appariscente: è un mix equilibrato di consapevolezza, stile e misura. Un istintivo buongusto che si mescola a scelte precise, all’attenzione per la sostanza, alla cura dei dettagli.
E’ innanzitutto sobrietà, ricerca dell’essenziale  e rifiuto di quanto è inutile, fastidioso, artificioso.  Si coniuga con ironia e umorismo intelligenti, sussurrati e mai gridati.
E’ anche rispetto e cortesia, preoccupazione per come possa essere percepito  quanto facciamo, diciamo, mostriamo….
Dati questi presupposti, è facile intuire quanta poca eleganza ci sia nel mondo che ci circonda, nel quale urlare, farsi notare comunque e sempre, sia il dictat principale.
L’eleganza, anche qualora non sia innata, è un’arte che può essere appresa.  Dedichiami allora con maggior impegno a perseguire sobrietà e semplicità….

Perché non riesco a credere???


PERCHÈ NON RIESCO A CREDERE[1]

NORBERTO BOBBIO
IO NON sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell'uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all'immensità dell'universo. L'unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione - perché non lo ripeterò mai abbastanza: non sono un uomo di fede, avere la fede è qualcosa che appartiene a un mondo che non è il mio - è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all'uomo di ragione che all' uomo di fede. Con la differenza che l'uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall'alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamenale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità. La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione, e sono limiti davvero angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi mentre, volendo percorrere la strada che penetra nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo, più sappiamo di non sapere. Qualsiasi scienziato ti dirà che più sa e più scopre di non sapere. Credevano di sapere di più gli antichi, che non sapevano niente al confronto di quello che sappiamo noi. Abbiamo allargato enormemente lo spazio della nostra conoscenza, ma più lo allarghiamo più ci rendiamo conto che questo spazio è grande. Cos' è il cosmo? Cosa sappiamo del cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all'essere? È una domanda tradizionale, ma io non ho la risposta: perché l'essere e non piuttosto il nulla? Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima, se non per fede. Secondo Severino l'essere è infinito, l' essere c'è. Ma non è che così siamo in grado di capire cosa c'era prima. È impossibile. E di fronte alle domande cui è impossibile dare una risposta - perché di questo sono certo: non posso dare una riposta, benché appartenga ad una umanità che ha realizzato progressi enormi - mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo. E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe fare una certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole. Probabilmente dipende dalla mia incapacità di andare al di là. Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata - e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo "la mia religiosità". Non so se è giusto, ma in fondo coincide con quello che pensano le persone religiose di fronte al mistero. Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo dubitare continuo, a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze, come quella nella immortalità dell'anima. Io però, il fondo religioso della mia persona continuo a intenderlo come questo non sapere. Ed è un fondo religioso che mi assilla, mi agita, mi tormenta. Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il non credente (cosa vuol dire poi credere? In che cosa?), ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c'è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il non credente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!). Qualcuno dice: "sono ateo", ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino. La risposta della fede è consolatoria. Ma le religioni non hanno solo una funzione consolatoria. Hanno anche la funzione di "rivelare" verità su problemi cui il comune sapere non arriva: la creazione, l'immortalità dell'anima. Risposte consolatorie, ma non solo: risposte a domande che ciascuno si pone sulla soglia della morte. Io la mia risposta l'ho data, con le poche "convinzioni" che ho. Perché le mie sono le "convinzioni" di un uomo che costantemente passa dal dubbio alla verità e di nuovo al dubbio. Io non credo. Arrivato ad un' età in cui si sente che la fine è vicina, se devo ascoltare me stesso, e dare una risposta personale, l'unico desiderio che ho, l'unico bisogno, non è certo quello dell'immortalità, è quello di morire in santa pace: il riposo eterno è ciò in cui spero. Non voglio risvegliarmi. Ma anche questo, in fondo, coincide profondamente con la religione: "requiem aeternam dona eis Domine!", sta scritto sul fronte di ogni cimitero. Anch' io sono cresciuto, come quasi tutti in questo paese, in una famiglia cattolica, e ho avuto una formazione cattolica. Preghiere, preghiere, preghiere... Le ho talmente ripetute (sia in latino, come si usava una volta, sia in italiano) che le ho quasi dimenticate. Ho fatto la prima comunione, e anche un matrimonio religioso (anche mia moglie però non è credente). E alla domanda su quando e perché ho perduto la fede non è facile rispondere. Forse verso i vent'anni. Certo, lo studio della filosofia, anche. Tutte queste domande sui problemi di metafisica, diciamo così, e il rendersi conto che le risposte della fede implicavano credenze difficili da accettare. La credenza nei miracoli, ad esempio, per un razionalista è la cosa più assurda. Altrettanto è il dover credere in ciò che a ogni essere di ragione appare come mito, cominciando dal peccato originale. Sul peccato originale condivido quello che in vari articoli ha scritto un mio amico cattolico, il professor Luigi Lombardi Vallauri (che anche per questa ragione è stato cacciato dall' Università cattolica dove insegnava), che pone domande molto semplici, terra-terra se vuoi, ma a cui non c'è risposta: una colpa originaria collettiva non è accettabile, la colpa è personale, non può essere trasmessa da una generazione all'altra, non c'è niente di più primitivo. La colpa collettiva è addirittura una concezione tribale. Credere all'Antico Testamento è difficile. Credere al Dio di Abramo che si rivela chiedendo un sacrificio così crudele. E qui mi fermo. Ma resta il mistero dell'universo. Del resto, forse hanno contato di più nella mia formazione fattori più banali. Con e dopo l'adolescenza, si entra nel mondo, con tutti i desideri che assalgono un ragazzo, tanto forti da far accantonare a poco a poco le pratiche religiose. Per tanti anni sei andato a confessarti e a un certo punto non ti confessi più. Entri in conflitto con la morale del confessionale. Magari con l'idea che poi ci tornerai... Tra i problemi metafisici mi sono posto presto quello dell'immortalità dell'anima: possibile che siamo eterni? Cosa significa? La vita e la morte sono indissolubilmente connessi, la vita riceve un senso dalla morte e la morte dalla vita. La morte, se ci fosse davvero un'altra vita, non sarebbe la morte. Pensiamoci bene: perché la morte è la morte? Perché è la morte! Bisogna prendere sul serio la morte. Ho cominciato a prendere sul serio la morte vedendo morire dei giovani amici, senza illudermi delle promesse della religione che fossero ancora vivi. Qualche volta, pensando alla morte di una persona particolarmente cara - mio padre, ad esempio - so che quella persona che ho amato ora non c'è più. E che ci sia qualche cosa di lui in un altro luogo - che non so dove sia - a me non importa assolutamente nulla. La persona che ho amato era quel particolare modo di sorridere, di farci giocare, di raggiungerci in campagna alla fine della settimana quando eravamo in vacanza, la nostra attesa sul cancello della casa per aspettarlo e poi salutarlo festosamente: questo so per certo che non c'è più. Ho continuato a riflettere sui grandi temi dell'esistenza e nessuna delle risposte della religione mi ha mai convinto. Però, nello stesso tempo, neppure io sono riuscito a dare delle risposte. E dunque, di nuovo, dico che ho un senso religioso della vita proprio per questa consapevolezza di un mistero che è impenetrabile. Impenetrabile!
NOTE

[1] "La Repubblica" 30 aprile 2000

IL FUTURO NON E' SCRITTO

Il caldo tepore di un falò che conforta il gruppo di persone che vi siede attorno a chiacchierare è l'immagine che va a connotare l'intimo e onesto racconto della figura di Joe Strummer, un personaggio-simbolo della storia della musica (affibbiategli voi un'etichetta, se lo ritenete necessario). Ma non siamo di fronte (fortunatamente!) alla celebrazione di un idolo rock e della band di cui è stato il leader (nel bene e nel male). 

Julien Temple (e chi meglio di lui? - regista che già all'epoca documentò l'esplosione del fenomeno punk) si concentra, infatti, sull'uomo Strummer, pur non potendo esimersi (naturalmente) dal narrare anche l'epopea dei Clash (ma senza che le canzoni e il "peso" della band in questione prendano il sopravvento). Del resto sono le stesse parole di Strummer (estrapolate da una trasmissione radiofonica da lui condotta) che fluiscono sulle immagini, mettendo a nudo errori commessi e difetti, a rendere un sincero ritratto dell'artista. Parole coadiuvate dai ricordi e dalle opinioni di amici (strano che non ci sia un contributo da parte di Paul Simonon), collaboratori e ammiratori "particolari" (Johnny Depp e Bono, per fare un paio di nomi).

La prima parte del viaggio ci presenta la "formazione" e l'ascesa nel mondo delmusic-business di Joe (dalla controcultura di fine anni 60 della Swingin' London fino all'uragano devastante del 1976-1977 - passando per i 101'ers), attraverso fotografie e filmati amatoriali che ritraggono il protagonista e la sua famiglia, immagini di repertorio, disegni animati e frammenti di film. Nella seconda, invece, ci troviamo di fronte alla rinascita (avvenuta coi Mescaleros) dopo il frantumarsi del sogno Clash, di fronte alla solita dicotomia purezza/successo (assimilabile a quella spiritualità/carne) che ogni artista deve affrontare giunto al bivio dove ci si interroga su come preservare la propria integrità.

Il messaggio finale lanciato da Joe Strummer può apparire come un'utopia vacua e banale, ma, dando uno sguardo alla sua vita (la girovaga adolescenza per via dell'attività politica del padre che lo conduce all'inesauribile voglia di confronto/commistione con realtà sempre nuove - tanto perseguita coi Clash), leggendo i testi delle sue canzoni e ascoltando la sua musica, ci si rende conto che questo messaggio l'ha vissuto fino in fondo; e se è vero che lui e i Clash non potevano cambiare il mondo è altrettanto vero che chiunque può cambiare la propria vita (facendo deragliare il treno da quei binari imposti da una realtà sempre più disumanizzante).

Questo film è un genuino e commovente omaggio alla rivolta bianca auspicata da Joe nei giorni d'esordio (sottolineata dalla scena della riconciliazione tra Mick e Joe sul palco di una manifestazione sociale) ed è consigliato soprattutto a chi non sa chi sia Joe Strummer e non ha mai ascoltato i Clash.

Chuva


CHOVE, CHUVA




Diz um poeta, que as pessoas desejam a eternidade e não sabem o que fazer na tarde de domingo quando chove, isso é verdade, a chuva não somente causa certo dessabor mas acalma os ânimos das pessoas que se perdem nos próprios devaneios e projetos.
Sem chuva a vida se torna seca, o mundo seco, o pensamento seco e a seca desseca, mas muita chuva arrasta a vida ao turbilhão das grandes devastações  e dos destroços de vidas destruídas.
Chove chuva, mas não molha a alma que ansiosa deseja ardentemente ser consumada nas chamas de uma amor verdadeiro e eterno; sol que seca e que irradia calor e intemperança, masque ilumina os pontos escuros de uma alma que tateando busca encontrar a sua estrada; sol e chuva, calor e vento, manifestações da natureza que expressam os movimentos do espirito que continuando em movimento não se deixa enferrujar pela mesmice do eu sempre presente.
Chove chuva, mas não destrói o meu amor!
Chove chuva, mas não traga o terror!
Chove chuva e faz nascer a esperança!
Chove chuva e banha os meus sonhos de criança!
Chove chuva e floreia nossas vidas!
Chove chuva e todas as sombras ilumina!
Chove, chuva!!!!!!!

Del desiderio!!!


Del desiderio



Desiderare la vita!
            Desiderare la morte!
                       Desiderare il lavoro!
                                   Desiderare la sorte!

Il desiderio ci illumina!
            Il desiderio ci fa vivere!
                       Il desiderio ci illudi!
                                   Il desiderio ci fa soffrire!

Desiderare per camminare!
            Desiderare per resistere!
                       Desiderare per sognare!
                                   Desiderare per ridere!

Cerco il desiderio!   
Rifiuto il desiderio!
                       Fugo del desiderio!
                                   Desidero il desiderio!

Il desiderio di giorni migliori!
            Il desiderio di cambiare tutto!
                       Il desiderio di non arrendersi!
                                   Il desiderio di sprigionarsi del mondo!

Non essere più se stesso!
E del desiderio nascondersi!
                       Non lasciarsi prendere dalla noia!
                                   E nel desiderio confondersi!!!

Italia, 10 novembre ’12

O que é que tem?


O Que É Que Tem?

Jorge e Mateus

E pra deixar acontecer
A pena tem que valer
Tem que ser com você
Nós livres pra voar,
Nesse céu que hoje tá tão lindo
Carregado de estrelas
E a lua tá cheia refletindo seu rosto
Dá um gosto de pensar
Eu, você o céu e a noite inteira pra amar.
E quando o sol chegar
A gente ama de novo
A gente liga pro povo
Fala que tá namorando
E casa semana que vem
Deixa o povo falar o que é que tem ?
Eu quero ser lembrado com você
Isso não é problema de ninguém
Eu quero ser lembrado com você
Isso não é problema de ninguém

Pra se pensar ....

Desespero anunciado

Desespero anunciado Para que essa agonia exorbitante? Parece que tudo vai se esvair O que se deve fazer? Viver recluso na pr...