LA VITA E' UNA BELLA AVVENTURA


Monicelli: “Vita è una bella avventura, ma quella di adesso è un'avventura schifosa

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Pubblicata l'ultima intervista al regista, rilasciata cinque giorni prima di morire. “Nei miei film ho aperto gli occhi con ironia all'Italia che viveva il boom, facevo capire che si poteva andare a gambe all'aria. Come infatti è finito”, raccontava.
“Si, la vita è una bella avventura, tanto bella ma quella che sto io vivendo adesso però è una avventura di merda, un'avventura schifosa che non vorrei vivere”. L'ultimo sfogo di Mario Monicelli, morto suicida lo scorso 29 novembre, si legge nella sua ultima intervista (del 24 novembre) concessa al direttore della rivista mensile “Teatro e cinema contemporaneo” Gianfranco Bartalotta.
“Mi sembra di vivere in un mare di pus in questo mio scorcio di vita, con questa generazione bianca, selvaggia, proterva, corrotta, pronta a sopraffare, è una bruttissima avventura che vorrei scomparisse presto e rapidamente”, prosegue il regista toscano nell'intervista che uscirà nei prossimi giorni.
“Se uno vuole raccontare la vita così com'è non la si può raccontare sempre e solo drammatica, tragica, disperata con grida e pianti in quanto in essa ci sono anche elementi di ironia, di comicità – ha spiegato ancora il regista, scomparso a 95 anni - Così non si può sempre raccontare di una vita facile, divertente, perché prima o poi si incontrano in essa i dolori che fanno comprendere di che tempra, di che misura, è l'uomo, ed è li che si rivela la sua qualità”.
Tanti fotogrammi della sua carriera, i momenti più importanti sui set e nella sua vita, i ricordi  dell'infanzia e gli studi in Toscana e i difficili anni del fascismo. Un'intervista confessione che, adesso, suona quasi come un testamento che parla di aneddoti e idee. “L'amore per il cinema nasce nel dopoguerra – racconta Monicelli - Sono stato attratto dal mezzo magico, meraviglioso, assai popolare. Feci l'esperienza dilettantistica de I ragazzi della via Paal. Quindi ho cominciato con il cinema senza più lasciarlo”. E poi quella “commedia all'italiana”, che faceva ridere ma allo stesso tempo era pungente e lasciava l'amaro in bocca “La sostanza è drammatica. Un film come Amici miei è un film sulla vecchiaia, la morte, la fine”, ha proseguito il regista nell'intervista. “Ho aperto gli occhi con ironia, con garbo, e qualche volta con tratti un po' duri, all'Italia che viveva il boom – ha concluso - e facevo capire che bisognava stare attenti che si poteva andare a gambe all'aria. Come infatti è finito”.

IL GATTO DI MONTAIGNE


Il gatto di Montaigne

Mentre il Cinquecento sta per finire, Michel Eyquem, signore di Montaigne, si inerpica fino al soffitto della sua enorme biblioteca per raspare un’iscrizione che lui stesso aveva fatto segnare qualche anno prima.
La biblioteca si trova al terzo piano di una torre circolare che si eleva su un angolo della nobile casa dei Montaigne, nel Périgord. Da queste finestre vede il giardino, la corte, le vigne e quasi tutti gli altri luoghi chiave di questa bellissima dimora, che si trova sopra una collina poco a nord della Borgogna, a una cinquantina di chilometri da Bordeaux.
L’iscrizione che Montaigne cancella è un verso di Lucrezio, poeta latino della ragione, che recita: Nec nova vivendo procuditur ulla voluptas (Né col continuare a vivere si produce alcun nuovo piacere). E’ un’opinione che qualche anno prima Montaigne, dopo essersi dimesso dalla carica di magistrato ed essersi ritirato nella dimora di famiglia, aveva seguito, accettato, sostenuto. Montaigne voleva starsene ben nascosto e avviarsi alla morte libero da pesi, doveri, oneri, incombenze.
Al momento del ritiro dalla vita pubblica la morte era al primo posto fra i suoi pensieri, tanto era influenzato da gravi lutti e soprattutto dalla scomparsa del padre. Filosofare è imparare a morire, scrive nel titolo di uno dei suoi primi saggi.
Tuttavia, man mano che scrive, Montaigne volta le spalle al pessimismo e abbraccia una nuova filosofia, in base a cui è «il vivere felicemente, non il morire felicemente, che fa la felicità umana».
Comincia allora a sottrarsi alla disperazione e a toccare con mano la semplicità dell’esistenza. I suoi saggi allora diventano, da semplici svaghi, un modo per rivedere, riavvolgere e rivivere la vita mentre ancora la sta vivendo…
Per questo gli scritti di Montaigne pullulano di vita, di energia, di intensità, di efficacia…
La figura di Michel de Montaigne non ha mai smesso di affascinare generazioni di lettori e diviene oggi più attuale e modernA (e accessibile) che in ogni altro tempo. Lo si può scoprire leggendo questo libro scritto da Saul Frampton edito da Guanda. Un libro scritto in modo appassionato, divertente e profondo.
Il gatto di Montaigne è una suggestiva e convincente esplorazione creativa su uno dei pensatori più innovativi e attuali del Rinascimento.
Dotta, ma non pedante, è un’opera da assaporare nel tempo.
Saul Frampton, che è stato ricercatore a Cambridge, sottolinea l’umanità di Montaigne, i suoi aspetti quotidiani, apparentemente banali, che col passare del tempo aiutano a capire che quelle banalità costituiscono quello che di più bello esiste.
Twitter:@marcoliber

Saul Frampton

Il gatto di Montaigne
(traduzione di Elisa Banfi)
Guanda
2012

L'anima spezzata


Riparare l'anima spezzata
di Lorella De Luca
27/10/2008
Secondo la tecnica di guarigione denominata Theta Healing, la depressione e la tristezza si possono “riparare” grazie all’amore incondizionato verso noi stessi... 
La depressione e la tristezza arrivano nell’individuo per vari motivi. La perdita di una persona cara, del lavoro o di un evento che induce un senso di fallimento, può produrre uno stato di tristezza prolungata che spesso anticipa la patologia.

Molti ricercatori hanno ipotizzato che anche a causa di convinzioni negative, la tristezza e la depressione possono essere semplicemente alimentate. La depressione può essere come una “notte buia dell’anima” nella storia del soggetto, un pozzo profondo, oscuro e interiore che gli succhia le energie e la motivazione a vivere... è un dolore che va di là dal dolore.

Gli eventi della vita quotidiana del soggetto diventano il riflesso del suo modo di pensare e di vedere se stesso, tutto comincia con una tristezza profonda, che si propaga su tutte le cose e su tutte le attività del suo IO. A volte ricorda perfettamente l'episodio da cui è nato tale sentimento; ha perfettamente chiaro che, ad un certo punto, si è aperta una parentesi nella sua vita. Tuttavia non sa indicare il perché, poiché molto probabilmente le sue convinzioni limitanti che risiedono nel suo subcosciente non gli permettono di reagire.

Questa condizione si può tuttavia modificare, integrando alle cure tradizionali che esso utilizza, una tecnica di guarigione energetica, che infonda in esso un amore incondizionato, che mai aveva conosciuto. In questo modo si può andare a riprogrammare il suo sistema di credenze, facendogli  vedere che la tristezza ha una ragione che gli sta indicando quale sfera della sua esistenza è diventata “insopportabile”.             

In questi casi, il soggetto, grazie ad una serie di esercizi per modificare le sue credenze nocive, va a prendere consapevolezza di se stesso e della sua vera “Essenza”, superando l’ostacolo e creando una nuova rinascita basata sul rispetto e sull’amore per se stesso e per gli altri.     

Come terapeuta di Theta Healing (ndr: una tecnica di guarigione) ho osservato che il procedimento di rilassamento e visualizzazione è un modo efficace per rafforzare la convinzione delle persone di poter raggiungere i propri obbiettivi. Nella mia esperienza ho notato che con l’aiuto dell’inconscio riprogrammatocon credenze positive, si vanno a mobilitare risorse inestimabili per la crescita personale e per la guarigione.
       
Un metodo che può essere utilizzato per aiutare sia le persone tristi che le persone depresse è quello  di “Riparare l’anima spezzata”. E’ un esercizio che si insegna ai partecipanti dei seminari di Theta Healing per attingere a queste ricche risorse interiori di guarigione e di forza. Viasualizzare la propria “Anima Spezzata”, che in qualche modo viene riparata, dà accesso all’inconscio e sviluppa la capacità di amare se stessi.

E’  una rappresentazione simbolica di aspetti della personalità e dell’emotività, non disponibili normalmente durante la consapevolezza cosciente. Quando si prende contatto con la “Forza Universale” (attraverso una meditazione guidata che induce ad uno stato di onde cerebrali theta) per “riparare la propria Anima”, ci si collega con preziose risorse mentali ed emozionali da cui solitamente si è tagliati fuori. Inoltre, affidarsi con fiducia e sentimento ad una Divinità o ad una Forza Universale è un passo salutare verso l’assunzione di responsabilità per la propria salute fisica e psicologica.

Malgrado i problemi gravi che dovete affrontare, se siete disposti a confrontarvi apertamente e sinceramente con l’esperienza di gestire la depressione o la tristezza, tale esperienza può contribuire alla vostra crescita personale. Molte persone hanno riferito che affrontare tali disagi psicologici con l’aiuto della “Forza Universale” aiuta a superare ogni tipo di evento e ogni tipo di paura.

Poemas de Rainer Mari Rilke


O Cego
Ele caminha e interrompe a cidade,
que não existe em sua cela escura,
como uma escura rachadura
numa taça atravessa a claridade.
Sombras das coisas, como numa folha,
nele se riscam sem que ele as acolha:
só sensações de tato, como sondas,
captam o mundo em diminutas ondas:
serenidade; resistência -
como se à espera de escolher alguém, atento,
ele soergue, quase em reverência,
a mão, como num casamento.
(Tradução: Augusto de Campos)
Exercícios ao Piano
O calor cola. A tarde arde e arqueja.
Ela arfa, sem querer, nas leves vestes
e num étude enérgico despeja
a impaciência por algo que está prestes
a acontecer: hoje, amanhã, quem sabe
agora mesmo, oculto, do seu lado;
da janela, onde um mundo inteiro cabe,
ela percebe o parque arrebicado.
Desiste, enfim, o olhar distante; cruza
as mãos; desejaria um livro; sente
o aroma dos jasmins, mas o recusa
num gesto brusco. Acha que á faz doente.
(Tradução: Augusto de Campos)
O Solitário
Não: uma torre se erguerá do fundo
do coração e eu estarei à borda:
onde não há mais nada, ainda acorda
o indizível, a dor, de novo o mundo.
Ainda uma coisa, só, no imenso mar
das coisas, e uma luz depois do escuro,
um rosto extremo do desejo obscuro
exilado em um nunca-apaziguar,
ainda um rosto de pedra, que só sente
a gravidade interna, de tão denso:
as distâncias que o extinguem lentamente
tornam seu júbilo ainda mais intenso.
(Tradução: Augusto de Campos)
O Fruto
Subia, algo subia, ali, do chão,
quieto, no caule calmo, algo subia,
até que se fez flama em floração
clara e calou sua harmonia.
Floresceu, sem cessar, todo um verão
na árvore obstinada, noite e dia,
e se soube futura doação
diante do espaço que o acolhia.
E quando, enfim, se arredondou, oval,
na plenitude de sua alegria,
dentro da mesma casca que o encobria
volveu ao centro original.
(Tradução: Augusto de Campos)

O CAVALHEIRO DO ESCANDALO


O cavalheiro do escândalo

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“Quer saber o drama da minha vida?”, perguntou Oscar Wilde a André Gide. “O que coloquei na minha vida, foi o gênio; tudo que pus na minha obra foi o talento.” Hoje, embora Wilde seja lembrado como o homem que escandalizou a Inglaterra e meio mundo civilizado pela sua escancarada homossexualidade, sua reputação como escritor reside em obras-primas do teatro de comédia comoO leque de Lady Windermere e A importância de ser prudente (para usarmos as traduções mais comuns dos títulos dessas peças) e no seu único romance, O retrato de Dorian Gray, uma versão mais refinada de O médico e o monstro, de Robert Louis Stevenson. Sem esquecer os seus contos antológicos como “O fantasma de Canterville” e “O crime de Lorde Arthur Saville”. Ou o poema “A balada do cárcere de Reading”.
Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde nasceu em Dublin, e seus pais já não eram dos mais convencionais. A mãe, Lady Jane Francesca Wilde (1820-1896), era poetisa e jornalista, que usava o pseudônimo Speranza. Ativista do movimento dos direitos femininos, era conhecida por fechar os olhos para as escapadelas amorosas do marido. O pai, Sir William Wilde, era antiquário, escritor e especialista em doenças do ouvido e do olho, tendo fundado um hospital um ano antes de Oscar nascer. Wilde estudou na Portora Royal School, em Enniskillen, no Trinity College, em Dublin, e no Magdalen College, em Oxford, onde foi aluno de celebridades intelectuais como Walter Pater e John Ruskin. Aos 13 anos, o gosto de Wilde em roupas poderia defini-lo como um dândi. Embora, quando criança, a mãe insistisse em vesti-lo como menina, pois queria uma filha.
Em Oxford, Wilde escandalizou os professores pela atitude irreverente para com a religião e foi ridicularizado por suas roupas excêntricas. Colecionava penas azuis e de pavão, suas calças de veludo à altura do joelho chamavam muita atenção. Formou-se em 1878 e se mudou para Londres. Com o lema de “arte pela arte”, tornou-se o porta-voz do esteticismo, o movimento que defendia a primazia do estético sobre tudo na vida. Trabalhou como crítico de arte (1881), fez conferências nos Estados Unidos e no Canadá (1882) – o que descreveu como missão civilizatória às colônias – e morou em Paris (1883).
Em 1884, Wilde se casou com Constance Lloyd (que morreu em 1898) e, para sustentar sua família, editou a revista Woman’s World. Em 1888, publicou O príncipe feliz e outras histórias, contos de fadas escritos para seus dois filhos. O Retrato de Dorian Gray foi o livro seguinte, de 1890. O casamento com Constance acabou em 1893. Wilde encontrou seu Dorian Gray verdadeiro alguns anos antes, Lord Alfred Douglas (apelidado “Bosie”), atleta e poeta, que virou o amor da sua vida. “O único jeito de se livrar de uma tentação é ceder a ela”, disse Wilde.
Publicado inicialmente pelo Lippincott’s Magazine, em 1890 e, com seis capítulos a mais em forma de livro, em 1891, O retrato de Dorian Gray tem algumas semelhanças com a vida de Wilde. Em Oxford, ele se tornou amigo íntimo do pintor Frank Miles, e do esteta homossexual Lord Ronald Gower. Ambos aparecem representados em Dorian Gray. Na história, como se sabe, o cavalheiro vitoriano Dorian vende sua alma para manter a beleza e a juventude; o tentador é Lord Henry Wotton, que vive pelo prazer amoral. Dorian começa a fazer maldades, arruina vidas, provoca o suicídio de uma garota e assassina Basil Hallward, o pintor do seu retrato, sua consciência. Aí, embora Dorian conserve a juventude, o retrato envelhece e registra todos os malefícios, mostrando uma imagem monstruosa de Gray. No final, o mal é castigado. Quando o protagonista destrói o quadro, seu rosto se transforma numa réplica da pintura e ele morre.
No teatro, Wilde fez seu maior sucesso entre 1892 e 1895, com uma série de peças muito populares. O Leque de Lady Windermere (1892) punha em cena uma divorciada chantagista levada ao auto-sacrifício pelo amor materno. Uma mulher sem importância (1893) tinha um filho ilegítimo dividido entre a mãe e o pai. Um marido ideal (1895) tratava da chantagem, da corrupção política e da honra pública e pessoal. A importância de ser prudente (1895) é um exercício de comédia de costumes: John Worthing (que prefere se chamar Jack) e Algernon Moncrieff (Algy) são dois jovens e elegantes cavalheiros. John conta que tem um irmão chamado Ernest, mas na cidade, John é conhecido como Ernest e o próprio Algernon também finge ser Ernest.  Gwendolen Fairfax e Cecily Cardew são duas moças cortejadas pelos dois. Gwendolen declara que ela nunca viaja sem seu diário porque “sempre se deve ter algo sensacional para ler no trem”.
Antes do êxito teatral, Wilde produziu vários ensaios. Uma das frases famosas: “Qualquer um pode escrever um romance em três volumes, isso exige simplesmente uma ignorância completa da vida e da literatura.” Nesse setor, destacam-se A decadência da mentira (1889) e O crítico como artista(1890). Neste, Wilde deixa seu personagem afirmar (é um diálogo) que a crítica é a parte superior da criação e que o crítico não deve ser justo, racional e sincero, mas possuído por um “temperamento estranhamente suscetível à beleza”.
Embora casado e pai de duas crianças, muito se falou sobre a vida pessoal de Wilde. Seus tempos de fama acabaram quando sua ligação íntima com Alfred Douglas levou a um processo por homossexualismo (então ilegal na Grã-Bretanha). Ele foi condenado a dois anos de trabalhos forçados pelo crime de sodomia. Durante seu primeiro processo ele se defendeu pessoalmente afirmando que “o amor que não ousa dizer seu nome” era um grande afeto de um homem mais velho por um jovem, assim como foi o de Davi e Jônatas, que Platão fez disso a base da sua filosofia e que pode ser encontrado nos sonetos de Miguel Ângelo e Shakespeare. “Nisso não há nada de antinatural.” No processo e no tempo em que Wilde cumpriu sua sentença, Bosie ficou ao lado dele, embora o escritor se sentisse traído. Depois se encontraram em Nápoles.
Wilde ficou primeiro na prisão de Wandsworth, em Londres, e depois no “cárcere de Reading”. Quando, após mais de um ano e meio de proibição, pôde ter caneta e papel, Wilde escreveu De Profundis, monólogo dramático e autobiográfico, que dirigiu a Alfred Douglas. Após ser libertado em 1897, Wilde adotou o nome de Sebastian Melmoth, em Berneval, perto de Dieppe, na França, depois em Paris. Escreveu “A balada do cárcere de Reading”, revelando as condições desumanas da prisão. Diz-se que, no seu leito de morte, Wilde se converteu ao catolicismo. Morreu de meningite cerebral em 30 de novembro de 1900, falido, em um hotel barato de Paris, aos 46 anos. (GGF)

La bellezza salverà il mondo


Tzvetan Todorov: La bellezza salverà il mondo

L'ultimo libro del linguista e saggista bulgaro attraversa la vita tragica di Wilde, Rilke e Cvetaeva, rappresentanti perfetti del decadentismo della cultura europea
Si tratta di una delle frasi più celebri della storia della letteratura mondiale, fatta pronunciare da Dostoevskijal protagonista de L’Idiota, il principe Miškin. Con fiducia smisurata nei confronti dell’arte, l’idiota sostiene che “La bellezza salverà il mondo“.
Si tratta di una frase apparentemente semplice, ma che invece è riflesso di un’intera epoca, di una sensibilità tipica del passaggio alla modernità, di un’orizzonte filosofico letterario e artistico pronto a lasciarsi alle spalle i sistemi assoluti fondati su valori universali.
Siamo a ridosso della nietzscheana “morte di Dio”, e non a caso Nieztsche è fratello di sangue di Dostoevskij e interprete geniale di un’intera epoca; se la frase dostoevskijana conteneva una mistica speranza nei confronti della redenzione, nei termini del filosofo tedesco le cose stanno altrimenti, perchè per quanto l’arte tenti di dare ordine e forma al pathos dionisiaco della vita, e perciò la bellezza apollinea tenti di dare senso all’esistenza, essa non riuscirà mai a contenere e nientificare completamente la coscienza del dolore cosmico che tanto tormentava gli animi degli scrittori e filosofi a partire dall’Ottocento.
Questo è il fondo sul quale si staglia l’ultimo splendido volume del filosofo e saggista russo Tzvetan Todorov, dal titolo, appunto, La bellezza salverà il mondo. Wilde, Rilke, Cvetaeva. Per l’autore, quel paradosso costitutivo tra bellezza e disperazione, tra anelito all’assoluto e inevitabile fallimento esistenziale, accomuna i tre autori del titolo, non a caso pressocchè coetanei e soprattutto personaggi esemplari di quella dimensione culturale e spirituale che attraversava l’Europa alla fine del XIX secolo, dall’Inghilterra alla Russia, passando per la Germania.
L’uomo, in ogni epoca e condizione, si è sempre rivolto all’assoluto, nel tentativo di appagare la propria limitatezza in un pieno appagamento trascendentale, che esso sia rappresentato da Dio, dalle ideologie politiche, o dalla bellezza. Era proprio la bellezza quella divinità che Wilde, Rilke e Cvetaeva inseguivano disperatamente attraverso la loro arte. Il libro di Todorov dimostra però , con un’attenta ricostruzione delle loro tragiche vicende, come sia sempre inevitabile la sconfitta da parte dell’uomo che ambisce a superare i suoi stessi limiti, e in questo si respira la presenza dell’altro referente fondamentale, ovvero Arthur Schopenauer. Per quegli scrittori, l’arte, la poesia, la letteratura non bastavano alle loro passioni divoranti, alle loro anime mai sazie e abbagliate dall’Assoluto. E questo è il tragico della condizione umana: in Oscar Wilde, il culto della bellezza e dell’amore (anche nei confronti di se stesso) degenererà nella malattia psichica (”Solo l’amore, e più specificatamente l’amore sacrificale, che sembra essere il suo destino, può spiegare ciò che costituisce il vero enigma dell’esistenza di Wilde, il precipitare verso la propria rovina, la distruzione accanita del proprio benessere“); Rainer Maria Rilke concluderà la sua esistenza in preda alla depressione, mentre la peotessa Marina Cvetaeva arriverà all’estremo del sucidio in nome della perfezione. Questi «avventurieri dell’assoluto» sacrificarono la loro vita per l’arte, e non è in dubbio che i tre lasciarono all’umanità un patrimonio artistico sublime e irripetibile, ma l’interrogativo di Todorov è relativo al rapporto tra arte e vita e a quale sia il segreto di un’ “arte della vita”: “Se l’arte non è altro che la rivelazione del mondo e della vita, non è più possibile, come volevano i romantici nelle loro dichiarazioni programmatiche, contrapporre arte e vita“, con tutto ciò che ne consegue.
Il libro pubblicato da Garzanti, tradotto da Emanuele Lana, si aggiunge a numerosi altri titoli del filosofo bulgaro, in Francia da diversi anni come direttore di ricerca del Centro Nazionale della Ricerca Scientifica di Parigi (CNRS) e ha insegnato in America a Yale, Harvard, Columbia e Berkeley per diverso tempo. I suoi primi lavori, orientati nell’ambito del formalismo russo (I formalisti russi. Teoria della letteratura e del metodo critico, 1968 e Teorie del simbolo, 1984) hanno lasciato spazio a saggi di natura antropologica come La conquista dell’America (1984) e Noi e gli altri (1989). Nel corso degli anni ha dedicato diverse opere al tema dei lager nazisti e dei gulag sovietici. Tra i libri pubblicati da Garzanti, ricordiamo Memoria del male, tentazione del bene (2001), Il nuovo disordine mondiale (2003) e La paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà (2009).
Uno dei più grandi pensatori ancora viventi, per un libro non solo profondo ma soprattutto avvincente, rivolto a un largo pubblico al di là degli specialisti di teoria del linguaggio, per riflettere a partire dal racconto della vita estrema di alcuni spiriti insoddisfatti e tormentati.

SAN DOMENICO


Domenico di GuzmánDomingo o Domínico in spagnolo (Calaroga1170 – Bologna6 agosto 1221), fu il fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori ed è stato proclamato santo nel 1234.

Era figlio di Felice di Guzmán e di Giovanna d'Aza, di famiglia agiata, anche se non esistono testimonianze certe che discenda dalla nobile famiglia dei Guzmán.

Biografia [modifica]

Alla nascita venne battezzato con il nome del santo patrono dell'abbazia benedettina di San Domingo de Silos, situata a pochi chilometri a nord del suo paese natale. Inizialmente fu educato in famiglia, dallo zio materno, l'arciprete Gumiel de Izan, fu poi inviato, all'età di quattordici anni, a Palencia, dove frequentò corsi regolari di arti liberali e teologia, per dieci anni. Qui venne a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia. Domenico, che nella pietà popolare cattolica è conosciuto per avere avuto sentimenti di compassione fin dall'età giovanile per la sofferenza altrui, durante una di tali carestie, forse intorno al1191, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un'epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dare da mangiare ai poveri, affermando: "Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?"
Terminati gli studi, all'età di 24 anni, seguì la sua vocazione ed entrò tra i canonici regolari della cattedrale di Osma. Qui venne consacrato sacerdote dal vescovo Martino di Bazan, che stava riformando il capitolo secondo la regola agostiniana, con l'aiuto di Diego Acevedo. Diego fu eletto vescovo nel 1201, e nominò Domenico sottopriore; e quando il vescovo Diego, nel 1203, fu inviato in missione diplomatica in Danimarca dal re Alfonso VIII di Castiglia per prelevare ed accompagnare una principessa promessa sposa di un principe di Spagna, il sottopriore Domenico fu invitato ad accompagnare il vescovo Diego.
Il contatto vivo con i fedeli della Francia meridionale, dove era diffusa l'eresia dei càtari e l'entusiasmo delle cristianità nordiche per le imprese missionarie verso l'Est, costituirono per Diego e Domenico una rivelazione. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca, scesero a Roma (1206) e chiesero al papa Innocenzo III di potersi dedicare all'evangelizzazione dei pagani. Ma Innocenzo III orientò il loro zelo missionario verso quella predicazione nella Francia meridionale, la regione dove erano più attivi i càtari, da lui ardentemente e autorevolmente promossa fin dal 1203. I due accettarono e, nel 1206, Diego e Domenico furono inviati missionari in Linguadoca e Domenico continuò anche quando si dissolse la legazione pontificia e anche dopo l'improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207).

La permanenza in Linguadoca [modifica]

TizianoSan Domenico di Guzmán, 1565 ca.
San Domenico rimase in Linguadoca, a Prouille, nel paese dei Catari, come missionario, per oltre dieci anni (1205-1216), collaborando con il vescovo di TolosaFolchetto di Marsiglia e come legato papale cercò sempre di convertire gli eretici, con semplici riconciliazioni. Solo una volta Domenico è citato tra coloro che assistevano al rogo degli eretici.[2] La sua attività di apostolato era imperniata su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folchetto di Marsiglia, che lo nominò predicatore della sua diocesi.
San Domenico inoltre si convinse immediatamente che bisognava anche dare l'esempio e vivere in umiltà e povertà come gli albigesi e pian piano maturò anche l'idea di un ordine religioso.[3] Iniziò con l'istituzione di una comunità femminile che accoglieva donne che avevano abbandonato il catarismo e questa comunità di religiose domenicane esiste ancora oggi.[4] A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma questi resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare con l'esempio la fede cattolica tra i càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini idonei e motivati che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile ed organizzato di predicatori.
Nel 1209, in occasione dei massacri compiuti dai Crociati (particolarmente feroce fu quello compiuto dopo la conquista di Béziers), che non badarono all'età e al sesso e, nella loro furia, arrivarono a colpire perfino i cattolici, Domenico si distinse nel biasimare severamente tali azioni scellerate.

L'apparizione della Madonna e la consegna del rosario [modifica]

quadro della Madonna del Rosario di Pompei che raffigura la consegna del Rosario a San Domenico
Nel 1212 San Domenico, durante la sua permanenza a Tolosa, dal racconto del beato Alano della Rupe, ebbe una visione della Vergine Maria e la consegna del rosario, come richiesta ad una sua preghiera per combattere l'eresia albigese senza violenza. Da allora il rosariodivenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere cattoliche. Secondo il racconto del Beato Alano della Rupe, nel 1213-1214 San Domenico, mentre predicava in Spagna con il suo Confratello Fra Bernardo, venne rapito dai pirati. La notte dell'Annunciazione di Maria Santissima una tempesta stava facendo naufragare la nave su cui si trovavano con i pirati, quando la Madonna disse a San Domenico che l'unica salvezza dalla morte certa per l'equipaggio era dire sì alla sua Confraternita del Rosario. Essi accettarono e il mare si calmò: secondo questo racconto furono dunque i pirati i primi membri della Casa di Maria che è la Confraternita.
Exquisite-kfind.pngPer approfondire, vedi la voce Crociata albigese.
In occasione di un viaggio a Roma, nell'ottobre 1215, per accompagnare il vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a papa Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione. Egli trovò grande disponibilità nel Papa che l'approvò verbalmente. Ma seguindo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati (Conc. Laterano IV can. 13), disse per non fare una nuova regola, ma prendere alcuna già aprovata (Benedetto, Basilio, Agostino).
Nel 1215 Domenico, per i suoi seguaci, prima ricevette in dono la casa in Tolosa di Pietro Cellani, divenuto anche lui predicatore, poi ricevette da Simone IV di Montfort il castello di Cassanel. Domenico non prendeva parte nella Crociata, ma metteva nei suoi compiti la conversione degli eretici. Seguendo il consiglio di papa Innocenzo III, con i suoi sedici seguaci scelse la regola di Sant'Agostino, ma con delle "Costituzione" adatte al suo particolare apostolato della parole e dell'esempio.

Fondazione dell'ordine dei Frati Predicatori [modifica]

La cappella di San Domenico, nellaBasilica di San Domenico (Bologna)
Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III diede l'approvazione ufficiale e definitiva all'ordine fondato da Domenico. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l'ordine crebbe e, già dal 1217, fu in condizione di inviare monaci un po' in tutt'Europa, soprattutto nella penisola iberica e nei principali centri universitari del tempo, a Parigi[5] e a Bologna, dove si recò egli stesso. Subito incontrarono opposizioni da parte dei vescovi locali, che furono superate dalla bolla papale dell'11 febbraio del 1218, che ordinava a tutti i prelati di dare assistenza ai domenicani.
A Bologna, l'eloquenza di Reginaldo d'Orléans a favore del nuovo ordine stimolò un notevole e vasto sostegno ai seguaci di Domenico Guzmàn, che ricevettero notevoli donazioni; Reginaldo avrebbe voluto accettare, ma Domenico le rifiutò, perché desiderava che i suoi confratelli non avessero proprietà e vivessero di elemosina.
Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente in Bologna ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere la magna carta ed a precisare gli elementi fondamentali dell'Ordine:
  1. predicazione,
  2. studio,
  3. povertà mendicante,
  4. vita comune,
  5. legislazione,
  6. distribuzione geografica,
  7. spedizioni missionarie.
Sfinito dal lavoro apostolico (stava preparando una missione in Cumania e per questo studiava la lingua di quel popolo) ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico morì il 6 agosto 1221, nel suo amatissimo convento di Bologna (Basilica di San Domenico), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l'aveva, circondato dai suoi frati, a cui rivolgeva l'esortazione «ad avere carità, a custodire l'umiltà e a possedere una volontaria povertà».

Culto [modifica]

Papa Gregorio IX canonizzò Domenico il 13 luglio 1234. Attualmente è celebrato il giorno 8 agosto.
Il suo corpo, dal 5 giugno 1267, è custodito in una preziosa arca marmorea, presso l'omonima basilica in Bologna.
L'Arca di San Domenico
Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all'Aventino, è presente una pianta di arancio dolce che secondo la tradizione domenicana, san Domenico portò dalla Spagna. La notorietà delle numerose leggende miracolistiche legate alle sue intercessioni fecero accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d'Italia e d'Europa, mentre i fedeli bolognesi lo proclamarono «Patrono e Difensore perpetuo della città».
In occasione del VII centenario della morte il 29 giugno 1921 papa Benedetto XV dedicò alla figura di san Domenico l'enciclica Fausto Appetente Die.
Nel 1963Soeur Sourire, la cantante monaca domenicana belga, raggiunse il primo posto nella classifica delle hit parade degli Stati Uniticon la canzone su san Domenico, Dominique.

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