LA PAURA DELLA LIBERTÀ'



"L'uomo crede di volere la libertà, in realtà ne ha una grande paura, perchè la libertà lo obbliga a prendere decisioni, e le decisioni comportano rischi".

E' vero, l'essere umano teme la libertà, ha bisogno di un leader in cui credere e sul quale riversare tutte le proprie aspettative. Poi quando le cose andranno male sarà colpa del leader, lo si boccia (se e quando è possibile farlo) e si è pronti a sostenere un altro, con la speranza che siapossibilmente meno peggio del precedente.
Tutti i giorni vengo a contatto con persone che mi dicono di essere esasperate dalla crisi, che dobbiamo mandare questo governo a casa, che non ce la fanno ad arrivare a fine mese, che ci vorrebbe "la rivoluzione in piazza".
 
Eppure, nonostante questi buoni propositi, salvo rare eccezioni, di tutte queste persone non ne ho visto mai nessuna in piazza pronta a manifestare la propria indignazione. La maggior parte degli individui restano incollati ai salotti di casa propria, incapaci di staccarsi dal televisore che in quel momento trasmette la partita di calcio, il film o il programma preferito.
Però sono tutti pronti a partecipare alla sagra della porchetta o del tartufo, disposti anche a percorrere chilometri in viaggio, li vedi festosi elemosinare briciole di felicità effimera; ma poi se si tratta di partecipare ad eventi seri, in cui ci sia la possibilità di porre le basi per un dissenso collettivo e costruttivo, disertano tutti.
Sarà che l'uomo è sempre stato capace di conformarsi a qualsiasi tipo di potere, perfino alla dittatura più estrema, chinando il capo in cambio di miseri contentini: cibo, giochi, e il consumismo in generale.
Mai come in questo periodo abbiamo raggiunto un livello di schiavitù mentale di così vaste proporzioni, un controllo di massa attuato in maniera così effimera e allo stesso tempo arguta, da impedire all'individuo di essere libero di pensare.
La società vuole che l'individuo si uniformi agli altri, abbia gli stessi gusti e le stesse aspirazioni degli altri e solo in questo modo diventa facile ingabbiarlo nel vortice del schiavitù: lavora, guadagna, consuma. 
E' inevitabile che perseguendo questo stile di vita imposto dall'alto, si arrivi a fine giornata senza il tempo e le risorse necessarie per "pensare". L'obiettivo dell'oligarchia al potere è proprio questo: privarci del tempo per pensare.
Con i traguardi raggiunti dalla scienza e dalla tecnologia potremmo decidere di lavorare giusto 3 ore al giorno, dedicando il resto delle ore giornaliere alle nostre passioni, affetti o interessi, eppure invece impieghiamo in casi estremi quasi i 2/3 della giornata tra lavoro, traffico, parcheggio ed incombenze varie, finchè non ci resta 1/3 del tempo per dormire. E il tempo per noi stessi dov'è? Non esiste.
Mi domando spesso se questa forma di schiavitù sia dovuta alla bravura dei governanti di lobotizzarci attraverso distrazioni di massa al punto tale da impedirci qualsiasi atto di ribellione,o dall'incapacità di molti individui che, per mancanza dei mezzi necessari, non comprendono il reale funzionamento del sistema socio-economico di cui ne fanno parte, o se si tratta della "paura della libertà" come la definiva Erich Fromm, oppure ancora se sia semplicemente indifferenza ed alienazione a tutto ciò che ci accade intorno. Probabilmente la risposta conduce ad una miscela di tutte queste cose, come un veleno che scorre nelle vene della maggior parte delle persone che le persuade ad accontentarsi di ciò che hanno, pensando che magari potrebbe andar ancora peggio di così e che tutto sommato non stanno poi così male. Questo veleno ha solo un antidoto: la forza di volontà di ogni singola persona che la conduce verso la conoscenza di sè e del sistema in cui è immersa, con il conseguente desiderio di aspirare ad uno status di vita migliore dell'attuale. Solo chi è capace di mettersi in gioco continuamente e di rischiare di perdere tutto è allora in grado di percorrere la strada verso una autentica libertà; a tutti gli altri non resta che chinare la testa e uniformarsi alle regole del sistema, possibilmente senza lamentarsi troppo.
(Salvatore Tamburro)

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